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Le ellissi narrative

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

“L’assassino, dopo aver eliminato il ricco padrone di casa, entrò nel salone. Aprì il cassetto della scrivania.
Finalmente
lo vide: aveva trovato l’oggetto che cercava.

Il “non dire” qualcosa, è uno dei trucchi più vecchi della narrativa.
L’esempio che ho qui riportato è di mia invenzione, ma in molti romanzi di genere si possono trovare simili frasi che vogliono spudoratamente incuriosire il lettore. Frasi che dunque rivelano tutto, tranne il nome della “cosa” fondamentale.
Il lettore, però, al giorno d’oggi è abbastanza esperto di questi trucchetti: non solo perché li ha trovati già in moltissimi libri, ma soprattutto perché anche i film ormai fanno larghissimo uso di questi meccanismi.

Hitchcock fu uno dei primi a sfruttare l’ellissi nella cinematografia, basti pensare alla scena nella doccia in “Psycho”, dove la telecamera ci mostra l’omicidio, ma non chi lo commette. Sembrerà una banalità, ma se a quel punto l’inquadratura ruotasse, vedremmo chi è l’assassino e la storia potrebbe anche terminare lì. Il maestro del brivido però non era chiamato “maestro” per caso: fu uno dei primi, e di certo uno dei migliori, ad utilizzare questa tecnica.
Con il passare del tempo però abbiamo visto simili cose in montagne di film, con risultati non altrettanto eccelsi. Questo enorme utilizzo dell’ellissi ha provocato, a mio parere, moltissimi danni in campo letterario (soprattutto in quello di genere). Se in una scena cinematografica l’inquadratura inevitabilmente esclude parti di un ambiente (e questo permette di giocare con il “non visto”), in una narrazione scritta invece è come se noi fossimo immersi in un evento in prima persona; ebbene, nella realtà, se siamo presenti ad un evento, potremo vedere quasi sempre quel che ci interessa. Ecco perché quando uno scrittore parla di un personaggio che prende “una cosa”, io credo che stia arrecando un gran torto al lettore, perché sta attuando un ellissi davvero sgradevole, così spudorata da essere soltanto fastidiosa. Insomma, è evidente a tal punto che vuol nascondere qualcosa, da risultare sgradevole.

La buona ellissi, in narrativa, è invece di tipo ben diverso. Al contrario della cinematografia, nella scrittura essa richiede di essere ben nascosta, o quantomeno non spudorata.

Ad esempio, in un libro giallo non serve a nulla mostrare la scena dell’assassinio, se poi volete tenere nascosti gli elementi fondamentali. Molto meglio è invece, come facevano i grandi di questo genere, non mostrare il delitto. L’ellissi diventa così di tipo “temporale”: non vediamo il momento in cui viene ucciso il malcapitato, anzi lo saltiamo di pari passo, e l’investigatore di turno trascorrerà l’intera durata del romanzo a ricostruire proprio quell’unico momento (i gialli “alla Tenente Colombo”, in cui vediamo subito il delitto e l’assassino, sono invece di tipo ben diverso da quelli “alla Agatha Christie” di cui sto parlando, poiché in essi vogliamo soltanto sapere come il colpevole sarà scoperto).

Ma l’ellissi ancor migliore in letteratura è quella che rimane completamente invisibile al lettore sino a quando viene svelata. Essa è il fondamento dei colpi di scena più riusciti.
Per illustrarvela vi faccio l’esempio di un celebre romanzo di fantascienza di Asimov: Preludio alla Fondazione.
!ATTENZIONE SPOILER! Se non avete letto questo libro, e avete intenzione di farlo, non leggete il resto.

In questo romanzo il protagonista, lo psicostorico Hari Seldon, deve fuggire da Eto Demerzel, il fedele Primo Ministro dell’Imperatore. Ad aiutarlo c’è il giornalista Chetter Hummin, che lo guida per l’enorme pianeta Trantor e gli rivela tutti i sotterfugi imperiali.
La trama è lunga e non è necessario raccontarla tutta. Nel finale, però, c’è un fantastico colpo di scena che vi farà saltare sulla sedia: Chetter Hummin è proprio Eto Demerzel in persona! Aveva dunque guidato Seldon per dei suoi oscuri propositi.
Ecco dunque una perfetta ellissi: il lettore legge le descrizioni dei “due” personaggi, conosce i loro nomi, ma non ha alcun mezzo per comprendere che sono la stessa persona. Questo tipo di “silenzio del narratore” è attuabile esclusivamente in campo letterario, e con ottimi risultati, poiché con le parole possiamo “illudere di far sapere”, conducendo il lettore dove vogliamo. Descrivendo la stessa persona in modi differenti, possiamo così rendere la sensazione di avere in scena più uomini.
In un film, invece, un simile colpo di scena sarebbe semplicemente inattuabile, poiché diverrebbe subito evidente che abbiamo lo stesso attore in due ruoli diversi.

In conclusione, le migliori ellissi in narrativa sono quelle invisibili, quelle in cui lo scrittore non si censura in modo evidente (scrivendo magari “oggetto” al posto di “chiave” o “coltello”), bensì quelle in cui l’assenza dell’informazione fondamentale è ben nascosta, e si rivela asse portante della trama solo nel finale. In questo modo il lettore non alzerà le antenne da subito, cercando di capire qual è l’oggetto non rivelato, ma scoprirà che tutto il libro gli aveva costruito una trappola narrativa intorno senza che lui se ne avvedesse.

 

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