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IO, LUI e altri effetti collaterali

Giorgia Würth

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La prima urina del mattino, quella della verità, è sulla linea di partenza. Rimuovo il cappuccio dallo stick, le frecce viola sono allineate come da istruzioni, il test si accende, i vari simboli lam- peggiano. È pronto. Mi siedo sulla tavola ed espongo la punta assorbente al flusso. La mano trema dall’emozione. Se bagno il portastick o, peggio ancora, sbaglio mira, poi che faccio?

Attenta a non commettere atti impuri, Vera. La prima urina del mat- tino è solo una.

Per fortuna tutto fila liscio. Poso lo stick gocciolante sul da- vanzale della finestra. Domani è un altro giorno, e un altro pro- nostico. Oggi potrebbe essere quello che cambierà la mia vita per sempre. Non resta che attendere. Potrei farmi un caffè, nel frat- tempo. O una doccia.

Invece no. Avvio il cronometro del cellulare e rimango im- mobile, in piedi davanti allo stick. Pochi, lunghissimi minuti. Fin- ché una faccina sorridente via via sempre più nitida prende a de- linearsi. Verifico sulle istruzioni, anche se già so: faccina sorri- dente uguale a momento di massima fertilità, il picco dell’ovula- zione… Ci siamo, questo è il giorno, questo è il momento!

«Alberto corri sto ovulando!»

«Patata…»

«Sto ovulando, amore. Vieni!»

«Patata, ma sono nel pieno di una riunione…»

«Trova una scusa. Di’ che ti si sta allagando casa. Oppure che sta prendendo fuoco, vedi tu. Ma non entrambe, mi racco- mando.»

«Va bene, arrivo. Ma ho solo mezz’ora. Devo tornare prima che la riunione sia finita.»

«Ci basterà anche meno! Sei fantastico. Ti adoro.»

Adesso sì che mi butto sotto la doccia, rado al volo i peli su- perflui (ma quale pelo non lo è?), un po’ di profumo alla lavanda, quello che fa impazzire AlbertoAmmore, poi accendo le candele afrodisiache. Apro il cassetto in cerca della biancheria più sexy del mio repertorio. Quella delle grandi occasioni. Corpetto, pe- rizoma e giarrettiere nere. Scarpe con tacco a spillo, sempre nere. Capelli bagnati, rossi come il rossetto alle otto di mattina, e sguardo da gatta in calore. Vera, sei proprio una gran figa!

Apro la porta al mio uomo, che invece è in tenuta da ufficio, giacca cravatta e auricolare incorporato nell’orecchio sinistro; di- menticavo: Samsung a schermo gigante incorporato nella mano destra. È bello come una notte di luna piena senza vento.

Entra squadrandomi dalla testa ai piedi, come per rassicurarsi che sia proprio io, esprime apprezzamento, poi mi fa segno col dito di tacere, è nel bel mezzo di una videoconferenza con tutto il consiglio di amministrazione. Ma non sarà certo un CDA a fermarmi. Lo afferro per il polso e lo trascino con passo felino fino alla camera da letto, lo faccio sdraiare sulle lenzuola di lino bianche, poi mi stendo sopra il suo corpo elegante con movi- menti lenti ma definiti.

«Il bilancio di quest’anno è stato approvato all’unanimità…» dice.

Intuisco che non si sta rivolgendo a me.

Allora lo costringo a mettersi seduto sul letto, poi sinuosa gli sottraggo i pantaloni e i boxer. Laggiù niente si muove. Non mi scoraggio. Avvicino la mia bocca alla sua e prendo a baciarlo, poi sul collo, fino al capezzolo, mordendolo.

«Ahia!» esclama.

E giuro che non capisco se dica a me o al suo capo.

Nel dubbio torno sul collo, e lo lecco. Intanto laggiù, dove il sole non batte, tutto continua a tacere. Meglio presentarmi di persona, per tentare di rizzare le sorti ostili. Dal collo inizio a scendere senza mai staccare le labbra dal suo corpo che profuma di Gillette, “il meglio di un uomo”, graffiandolo delicatamente sul petto, sulla pancia e sulle cosce pelose ma non troppo.

Lungo il tragitto mi cade l’occhio sullo smartphone supino accanto al padrone, le slide con grafici e cifre incomprensibili mettono a dura prova la mia concentrazione. Ma ho una mis- sione da compiere e, costi quel che costi, la porterò a termine. Serro le palpebre e apro la bocca. La riempio della sua mascoli- nità che si manifesta sotto forma di Calippo. Attenzione atten- zione, forse c’è vita su Marte. Ma è presto per cantar vittoria. C’è ancora tanto da fare. Lo faccio. Il Calippo, ahimè, assomiglia più a un gelato. Diciamo un semifreddo, proprio per essere clementi. E ottimisti.

«Dobbiamo risollevare lo spirito dei membri dell’azienda, sennò non se ne esce» sollecita AlbertoAmmore.

Sì, penso, ma se non risolleviamo il membro non se ne entra.

Non sarà mica la lavanda a farlo abbioccare?

Non demordo. Do il meglio di me nella versione di pornostar domestica. Ma ancora non sembra bastare. Il semifreddo è in quel limbo indefinito in cui non si è né carne né pesce. Né ca- lippo né sorbetto. Come quando non si assume una posizione definitiva, ma nemmeno si escludono alternative. Si resta lì, in balia degli eventi, aspettando tempi migliori e pensando che si stava meglio quando si stava peggio.

«Amore, puoi concentrarti un attimo?» gli chiedo, da giù.

«Patata, te l’avevo detto che sono in riunione» ribatte, da su.

«Ho capito, ma cinque minuti. Poi riprendi a lavorare.»

«Va bene, metti un porno» ordina, da su.

La mia autostima incassa un colpo devastante, ma devo guar- dare oltre se voglio dare un senso ai miei ovuli infuocati. Puntare al fine, non ai mezzi ingiustificabili.

Prendo l’iPad e cerco su Google: “video porno”. Viene fuori di tutto, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

«Amore, che categoria prediligi? “Amatoriale”, “Anal”, “Fi- sting”, “Hard Core”, “Lesbo”, “Ragazze esotiche”, “Donne ma- ture”?» gli chiedo, raffinata come un sommelier che presenta i suoi vini.

«Incontriamo i giapponesi il mese prossimo a Tokyo» dice lui.

«Quindi vuoi ragazze orientali?» domando io.

«Scusi un secondo direttore» dice attivando la modalità mute.

«Non c’è “Gang bang?”»

«Gang bang… Gang bang… no, non c’è… è l’unico che manca… Aspetta provo con la “D”: “gang band” nemmeno. Però… c’è “BDSM”, che non so cosa sia ma se vuoi proviamo» rispondo, motivata.

«Allora “Lesbo”, dài, restiamo sul classico, l’usato sicuro.»

E lesbo sia. Schiaccio play sulla prima di una serie lunghissima di icone con donne che si leccano in tutti i luoghi e in tutti i laghi, e il video si avvia.

«Ssh» grida AlbertoAmmore. «Togli il volume.»

«Cazzo però, già è difficile così… senz’audio, secondo me, non ce la facciamo proprio…»

«Patata, te l’ho detto, sto lavorando, non farmi fare figuracce.

Ti prego.»

«Scusa se ovulo in orario d’ufficio.»

Benissimo, la situazione è questa: lui steso sul letto con cami- cia e cravatta e sotto nudo, in videoconferenza col suo ufficio, che sbircia un film porno in cui tre fanciulle si annusano a vi- cenda senza emettere alcun suono. Io invisibile nonostante le giarrettiere e il rossetto – sempre che me ne sia rimasto un po’ – che con una mano gli infilo l’iPad sotto il naso mentre con l’altra

tento di “incentivarlo”. Quando… Oh my God, sembra funzio- nare. Nel mio palmo si espande il semifreddo che diventa poco a poco più grosso e più duro. Più Calippo. Forse ci siamo, le tre lesbiche stanno compiendo la loro missione.

A questo punto appoggio l’iPad sul letto e cavalco il mio uomo per farmi galoppare. L’euforia dura poco, anzi, pochis- simo: la torre si sgretola come carta ingiallita e torniamo al punto di partenza. Il punto zero.

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Comincio a perdere pazienza e speranza. Anche la mia sen- sualità latita. Mi decido per un gesto estremo: prendere il telefo- nino di AlbertoAmmore e sotterrarlo sotto il cuscino, sfilargli l’au- ricolare e alzare a palla il volume del video. Cosa non si fa per un figlio…

I mugolii delle tre tipe in calore riempiono la stanza, mentre la mia bocca si fionda di nuovo sul suo semifreddo capriccioso. Terapia d’urto e una sola parola d’ordine: “resilienza”. Noto la sua irritazione ma lo sottometto senza concedergli il diritto di ribattere. C’è un evidente divario tra lui, agitato e nervosissimo, e il suo membro, che pare aver trovato la pace dei sensi. La mia mandibola comincia ad accusare il colpo e la fatica di un sesso orale che tale rimane.

Parole parole parole, soltanto parole…

«Patata, perdonami, ma sono troppo stressato. Non può fun- zionare così, a comando, è un incubo, mica sono un toro.»

Su questo non ci sono dubbi, penso.

«Per favore lasciami tornare al lavoro.»

AlbertoAmmore sembra un bimbo che implora la madre di con- donargli la punizione. Una volta gli uomini mi supplicavano per un pompino. Come sono cambiati i tempi… E i maschi.

Mi stacco e lo guardo. Quando ha fretta è ancora più bello…

«Ti amo, Alberto.»

«Anch’io ti amo patata, e ti prometto che nel weekend mi farò

perdonare.»

Ma nel weekend i miei ovuli saranno andati in vacanza, penso

io.

«Ci prendiamo due giorni…» dice lui. «Per festeggiare il tuo

compleanno.»

Purtroppo sarà il compleanno anche dei miei ovuli, penso io. Saranno ovuli quarantenni. Ovuli quasi in menopausa.

Poi torno su, occhi negli occhi, e lo stringo forte. Lui mi ac- carezza e intanto azzera il volume dell’iPad. Poi mi guarda e dice:

«Sei proprio gnocca, e molto, molto sexy».

Pensa se non lo fossi, rifletto io. Ma gli sorrido.

«La prossima volta proviamo con la Gang bang… Adesso, ssh» mi fa, infilando l’auricolare nell’orecchio e piegandosi a rac- cogliere i boxer sul pavimento. «Direttore, per quanto riguarda le giapponesi, cioè… i giapponesi, loro mi hanno assicurato che questa volta sono seriamente intenzionati ad affidarci l’ap- palto…» riprende a spiegare, mentre strizza l’occhio nella mia direzione mimando con le labbra “Ti amo”. E così come (non) è entrato, esce di scena.

Mi libero di corpetto perizoma giarrettiere tacchi, e, nuda, vado a nascondermi sotto le coperte. Chiudo gli occhi. Vorrei rimanere a crogiolarmi nel buio del mio letto stropicciato, ma devo correre al lavoro. Anche oggi arriverò in ritardo.

Anche oggi ho ovulato invano.

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IO, LUI e altri effetti collaterali

Giorgia Würth

io, lui e altri effetti collaterali
Leggi l'anteprima

Femmine e maschi sono due universi profondamente differenti, complementari a volte, ma di solito incompatibili.

Noi diciamo "no", loro capiscono "sì".

E spesso hanno ragione.
Noi pensiamo e facciamo venti cose contemporaneamente, senza concludere nulla, loro ne fanno al massimo una, senza nemmeno pensarla, e la portano a termine. Noi giochiamo in singolo, loro fanno squadra. Noi mangiamo quello che non ci fa ingrassare, loro quello che gli piace. Noi ricordiamo le cose anche dopo anni, loro dopo un minuto hanno già dimenticato tutto. Noi fingiamo l’orgasmo, loro fingono l’amore. Noi puliamo, loro sporcano. Noi stiriamo, loro stropicciano. Noi partoriamo sangue, loro ne sono terrorizzati.

E poi c'è Lui.

L'autrice

Giorgia Würth, nasce a Genova da mamma ligure e papà svizzero. Laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul cinema, inizia presto la sua carriera di attrice spaziando dal teatro (Antigone, Cecità, Xanax, 100mq), al cinema (Ex, Maschi contro femmine, Sinestesia), alla televisione (Un medico in famiglia, Moana, Le tre rose di Eva, Rocco Schiavone). Conduce diversi programmi in radio (Radio 2, Rete Uno Radio Svizzera) e in tv (Voglio vivere così - Sky, C’è posto per te – Arturo, IBand - La5) e scrive romanzi: Tutta da rifare (Fazi Editore), L’accarezzatrice (Mondadori), che presto diventerà un film, IO LUI e altri effetti collaterali (self-publishing).
Salvatrice, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e vincitore di un Nastro D’argento per Sandra Milo, è il suo esordio alla regia.

Il suo sito web

Perché l'abbiamo scelto

Il primo pregio di questo romanzo è sicuramente il modo semplice, diretto ma incisivo con cui l'autrice riesce a dare corpo e anima ai protagonisti, soprattutto a Vera, il personaggio principale e voce narrante: già dopo poche pagine si finisce per dimenticare di essere di fronte a figure di carta piuttosto che a persone in carne ed ossa.
Le paure, le emozioni, le ansie, passano attraverso le pagine in modo solido, così che la lettrice (ma anche il lettore!) finisce per empatizzare fino a riconoscersi, se non confondersi, con la protagonista.

Altro punto a favore è la leggerezza con cui temi complessi vengono affrontati, una leggerezza che a volte sconfina nel surreale, che è genetica del genere lettetario cui il libro appartiene, ma che l'autrice gestisce con naturalezza, riuscendo insieme a far sorridere, emozionare e a tratti quasi commuovere.

Ultima dote, per noi non indifferente, è la cura posta nel proporre il libro, dimostrazione non solo del bagaglio di esperienze editoriali che Giorgia Würth porta con sé, ma anche dell'amore verso la propria opera e della consapevolezza nell'affrontare il percorso del self-publishing.


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