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La contrada dei tagliatori di pietra

Flavia Guzzo

Prologo

Contrada dei Tagliatori di pietra, estate 1920

Vent’anni fa l’Altopiano dei Sette Comuni era un luogo felice. Un luogo dove la vita poteva essere aspra, dove la sopravvivenza quotidiana dipendeva dal duro lavoro, e talvolta dalla clemenza del cielo, ma tuttavia ancora felice.

Ora la tragedia si è abbattuta su questa terra, e tutto è distrutto, per sempre. I verdi pascoli ingialliti dall’iprite, i boschi esausti, coi legni bianchi spezzati e scoperti come ossa di morti. Le case con gli antichi tetti e le stalle e i focolari devastati, le vecchie pietre crollate in cumuli di macerie. Non ci sono più i pastori e non ci sono più i vaccai, perché non c’è l’erba. Non ci sono i boscaioli e i carbonai perché non ci sono più i boschi. Non ci sono i contadini, perché la terra avvelenata non è più fertile.

Ora tutto è diventato una immensa miniera, e si vive recuperando, dove si può, i residui della guerra. Pastori, vaccai, boscaioli, carbonai e contadini, i pochi che sono tornati nell'Altopiano ferito, si sono trasformati in Recuperanti, perché non c’è più pascolo, non c’è più bosco, non c’è più terra fertile.

Solo vent’anni fa, tutto era diverso. E questa storia, scritta sull’orlo della fine del mondo, comincia col racconto dei due contratti di nozze della bella Teresa.

Capitolo 1

Contrada dei tagliatori di pietra, maggio 1901

Sull’uscio del suo casolare, nel territorio della Contrada dei Tagliatori di pietra, la Vedova Maddalena era intenta a rammendare: le casupole dell’Altopiano, con le loro finestre anguste, erano fatte per non far scappare il tepore nel freddo inverno, risultando troppo buie per i lavori che richiedevano precisione e vista buona.

Accomodata su un piccolo sgabello di legno, di quando in quando alzava lo sguardo e dava un’occhiata verso la stradina, da dove di lì a poco, sarebbe dovuta comparire, finalmente, sua figlia Teresa. La prima figlia che si maritava.

Si erano ormai sciolti gli ultimi mucchi di neve accatastati al lato delle strade, scoprendo un tenace tappeto d’erba dura ed ingiallita dal quale in poco tempo, nei declivi esposti al sole, erano germogliati i teneri ciuffi verdi della bella stagione. Il caldo sole di Primavera si stava facendo spazio con forza, e risplendevano sotto i suoi raggi i crinali affilati dei monti e le sommità arrotondate dei colli, i piani ondulati coi pascoli di nuovo verdi, le gole profonde e lo strapiombo sulla Valsugana. Si risvegliavano sotto il suo tepore le dolci vallette con gli orti ordinati, i faggeti, col pallido verde delle prime tenere foglioline, le rigogliose abetaie, i torrenti di acque gelide e le sassaie vive laddove si incontravano le montagne. Erano finite le aspre bufere, finito quel freddo pungente, che nel selvaggio Pian della Marcesina diventava quasi impossibile, nel cuore dell’inverno, sia per le bestie che per i cristiani.

Al margine Orientale di tutto, affacciato sulla Valsugana, c'era Enego, il Paese, con la sua bella piazza, l'antica Torre e la candida chiesa, arrampicata su un’altura, cui si giungeva da una imponente gradinata, anch’essa di un bianco abbacinante sotto i raggi del sole.

Intorno al Paese, sparse come una manciata di sassolini scivolati dal pugno distratto di un bimbo, stavano le molte Contrade: collocate in posizione dominante sui crinali dei monti e dei colli, oppure nascoste, defilate e protette nelle anguste vallette; a volte adagiate su dolci piani, o arrampicate nelle impervie, improbabili terrazzette coltivate scavate nell’imponente dirupo che si gettava sulla Valle.

La Contrada dei tagliatori di Pietra si snodava sulla sommità dell’angusto crinale di un monte. Gli edifici si susseguivano l’uno dopo l’altro, in una lunga fila, nello stretto spazio disponibile: alcune case, la bottega, l’osteria, ancora case, ed infine la chiesa dai muri intonacati, la canonica, il campanile ed il sagrato di pietra grigia, posata su un'altura che dominava la strada.

A causa della sua posizione elevata ed esposta, c’erano pochi ostacoli per i raggi del sole così come per le folate di vento sferzante che volessero raggiungere le case di questa Contrada.

Intorno a questa ed alle altre Contrade, sui pascoli e sui campi coltivati interrotti dal verde scuro dei boschi di abete e da quello più chiaro delle macchie di faggio, erano sparpagliate diverse cascine isolate. A volte erano piccole casupole di legno, utilizzate dai pastori solo nella bella stagione; altre volte massicci casolari di pietra, spesso a più piani, col tetto aguzzo di scandole brunite da croste di muschi secchi e strati di tenaci licheni. Qui vivevano i contadini, i pastori ed i boscaioli dell’Altopiano, collegati alle Contrade e al Paese da una rete di sentieri, stradelle e mulattiere. In uno di questi casolari viveva la Vedova Maddalena con la sua famiglia.

La donna, seduta placidamente davanti l'uscio di casa sua, piegò accuratamente sulle sue ginocchia il lavoro appena terminato, e cercò di posarlo per prelevare un paio di calzoni di uno dei figli piccoli, con un vistoso strappo che necessitava del suo intervento: i gemelli Modesto e Natale pareva avessero l'argento vivo addosso, e finivano spesso col mettere a dura prova gli abiti che la loro madre si ostinava a rammendare con cura.

Nel cercare di prendere il paio di calzoni strappati dal cesto posato a terra di fianco al suo piccolo sgabello, inadeguato al suo generoso fondoschiena, la donna si sporse pericolosamente, rischiando quasi di finire gambe all'aria.

-Oh Santo Signore della misericordia, ci manca solo che mi rompa qualcosa a pochi giorni dal matrimonio di Teresa, con tutto quello che c'è da fare...- borbottò la vedova.

Sospirò, si ricompose, e seguitò pazientemente il suo lavoro di rammendo. I suoi capelli, un tempo una cascata di fuoco, suo orgoglio, erano ora candidi; i lineamenti del volto, ancora piacevoli e sensuali, ed il fisico florido e sodo, ricordavano a tutti che la vedova, in gioventù, era stata una vera bellezza, invidiata dalle donne e contesa dagli uomini.

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La contrada dei tagliatori di pietra

Falvia Guzzo

la contrada dei tagliatori di pietra
Leggi l'anteprima

1901: Teresa, della Contrada dei Tagliatori di pietra, Altopiano d'Asiago, ha una madre vedova, donna passionale, che a sessant'anni suonati morirà fra le braccia di uno sconosciuto venuto da chissà dove, ha una sorella, Antonia, bigotta intransigente ed ipocrita, che, pur se vergine ed inesperta, non esiterà a forzare il suo facoltoso ma pio fidanzato ad un rapporto sessuale per guadagnarsi il desiderato matrimonio, e ha un amore, Meni, per il quale manderà a monte il suo matrimonio a pochi giorni dalle nozze.

Corteggiata dal capitano Osvaldo, giovane di buona famiglia attratto dal nascente movimento futurista e dalla bellezza un po' brusca di Teresa, consigliata dalla vecchia perpetua Italia, l'infedele ed eccessiva Teresa trascorre una vita tranquilla, o quasi, in compagnia del marito Meni, dei suoi figli, dei tanti parenti e conoscenti della contrada. Si occupa delle sue vacche, del suo orto e, di quando in quando, di contrabbando di tabacco.

Fino a che il giovane Gavrilo, a Sarajevo uccide con pochi precisi colpi di pistola l'arciduchessa Sofia e l'erede al trono di Austria-Ungheria, scatenando la Grande Guerra. Una guerra dura durante la quale nulla sarà risparmiato a Teresa e ai suoi figli: battaglie cruente alle porte di casa e lunghi ed ansiosi periodi di stasi; poi, dopo l'irruzione dei soldati d'Austria-Ungheria a Caporetto, la lunga fuga forzata che li porterà, profughi e senza nulla, fino a Campobasso; infine, l'incontro con la peste del secolo, la terribile febbre Spagnola. Li accompagneranno nei duri anni di guerra e dell'esilio, buoni amici e nemici insidiosi: fra i tanti, Suor Matilda, che si cura dei soldati feriti con energica competenza ed un linguaggio non proprio consono alle sue vesti di religiosa; Edoardo, nella vita civile attore di teatro che, ferito in guerra, perderà un piede ma non il suo senso dell'umorismo; la graziosa Emma, maestra dei figli di Teresa che, a detta di tutti, ragiona meglio di un Generale con gradi e stellette; il cavalleresco Maggiore Donelli, che perdonerà a Teresa un'uscita poco felice; lo squallido tesoriere, che proporrà a Teresa profuga un ora di sesso in cambio del sospirato sussidio. Fino alla fine, il 4 novembre del 1918, in cui niente sarà più come prima.

*i proventi dell’edizione cartacea, stampata a spese di Rigoni di Asiago srl, sono destinati ad opere di beneficienza

L'autrice

falvia guzzo

Flavia Guzzo è nata a Conegliano (TV) nel 1965. Si laurea a Padova in Scienze biologiche nel 1990, poi, dopo aver ottenuto il dottorato di ricerca nel 1994, si trasferisce per 3 anni a Wageningen, Paesi Bassi. Nel 1997 si trasferisce a Verona dove inizia il suo lavoro di ricercatrice presso la locale università, dove lavora tutt’ora, come Professore e Ricercatore nell’ambito della biologia vegetale.
Nel 2009, in occasione di un Convegno scientifico a Campobasso, si reca al locale archivio di stato, a cercare notizie della sua famiglia, che, proveniente da Enego, nel 1917 fu sfollata proprio nella città molisana. Da allora inizia una serie di ricerche, documentali e bibliografiche, sulla storia della gente dell’Altopiano dei sette comuni (Asiago) durante la Grande Guerra. Dal 2009 al 2015 scrive il suo romanzo, La contrada dei tagliatori di pietra. Nel 2016 incontra Andrea Rigoni, della Rigoni di Asiago, da sempre sensibile alle tematiche legate alla sua terra, l’Altopiano di Asiago, e alla sua valorizzazione, che si offre di stampare il libro, che parla dell’Altopiano e delle sue genti dall’inizio ‘900 fino alla fine della Grande Guerra. Il 21 luglio 2017 il libro viene presentato nella chiesa arcipretale di Enego.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

La Contrada dei Tagliatori di Pietra è un romanzo storico contemporaneo molto scorrevole e accurato nella ricostruzione storica. L'autrice si dimostra abilissima a dar vita a personaggi memorabili, veri, genuini e molto reali: su tutti la bellissima e tostissima Teresa. Le descrizioni degli ambienti sono in grado di portare il lettore direttamente sull'Altopiano di Asiago e far rivivere la quotidianità di quei luoghi e di quelle genti prima e dopo lo scoppio della Grande Guerra, con il fronte a pochi chilometri dalle case.

Gli avvenimenti storici sono ricostruiti con cura, e riportati per come sono stati vissuti dalla povera gente di Enego, paradigma della popolazione coinvolta, suo malgrado, in una guerra imposta dall'alto.

L'autrice unisce con maestria la ricostruzione storica e l'epopea familiare, scritta "da vicino", in grado di coinvolgere ed emozionare il lettore.


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