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L'angelo di Bassiano

Mirella Esse

PARTE PRIMA

“Verus amans assidua sine intermissione coamantis imaginatione detinetur”
(Andrea Cappellano, trentesima regula amoris)

1.
Tutto ebbe inizio con il Tarocco numero tredici, la Morte di mio padre. Un avvenimento, in sé, molto doloroso, pur nel corso naturale delle cose, considerando l’età avanzata e lo stato di malattia del mio genitore. Oddio. Nessuna svolta esistenziale trae origine da un singolo fatto, per quanto grave o significativo esso sia. E’ una complessa geometria di cause ed effetti a produrre, in un dato momento della vita, quell’esplosione che pare improvvisa e che, dopo avere minato un equilibrio personale faticosamente raggiunto, dà inizio al Nuovo. Dovrei quindi, per coerenza narrativa, risalire a tutti gli altri grandi e piccoli eventi che hanno segnato in modo profondo la mia storia, preparando gli incredibili eventi che descriverò, ad altre relazioni che hanno lasciato cicatrici, agli incontri più significativi, compresi quelli casuali, a tutte le scelte che hanno determinato altre svolte e altri cambiamenti. Alla cascata dei giorni passati, inesorabilmente concatenati uno all’altro in una frammentaria continuità.

Se mi calassi nei panni di cronista fedele e meticolosa, dovrei sgranare il rosario dei ricordi e ripercorrere a tappe gli anni, i giorni, le ore che hanno fatto di me ciò che ero nel momento in cui la Morte si portò via mio padre. Una donna sola, triste e creativa. Divorziata con figli maggiorenni, delusa da un altro rapporto fallito. Ma nel puntiglioso dipanarsi del quotidiano andrebbero perduti il mistero e il miracolo che, quando meno te lo aspetti, a qualsiasi età, compresa la mia, non più verde, irrompono nella monotonia del presente sgretolando ogni certezza, nullificando la rassegnata stabilità della disillusione. Non rientrando per virtù e talento tra quelli che meritano una biografia dettagliata, mi permetterò, dunque, di raccontare senza troppi preamboli ciò che di straordinario mi è, di recente, accaduto ripescando dal passato solo quanto mi parrà strettamente necessario a rendere più interessante il racconto o a facilitarne la comprensione. Non per sfizio letterario, ma per sottrarmi a vincoli di concretezza, trattandosi di un viaggio nel labirinto dell’immaginazione, del sogno e delle emozioni, userò, riferendomi a me stessa, lo pseudonimo “Ninfa”, sebbene per caratteristiche fisiche io non abbia nulla, se non gli occhi di taglio vagamente egizio, che mi rendano degna di tale maliardo termine di paragone.

Perché un soprannome così evocativo? Lo si scoprirà proseguendo la lettura. Per ora ci si accontenti di sapere che non stona affatto con il contenuto del racconto.

2. Una dabit quod negat altera
Non era che una frase impressa a lettere dorate su una meridiana a Bassiano, ma, forse perché la mezzaluna del tempo biancheggiava sulla facciata granulosa di un palazzo affacciato sull’abisso dei Monti Lepini, forse perché quelle parole facevano risuonare in me un potente tasto interno, mi colpì come un raggio di luce che rimbalza da uno specchio. Un’ora ti darà ciò che l’altra nega. Reminiscenze vaghe di squisita bellezza e dolore atroce, ottuso trascorrere di giorni vuoti e squarci d’estasi infinita, indicibile felicità e tormenti cupi.

Nitida, feroce, ustionante, quella frase puntò dritta al centro del mio essere e lo trapassò, lasciando tracce di vapore in cui mi dispersi e non mi riconobbi più. Divenni una vaga presenza fluttuante, senza riflesso e senza ombra. Un’immagine in dissolvenza. Un fantasma senza memoria. Se sia accaduto anni o secoli fa, non mi è chiaro. So soltanto che, da allora, qualcosa che ignoro, una maledizione, un oscuro incanto, m’imprigiona a questo borgo arroccato dalle mura maestose, ai ciottoli irregolari dei suoi vicoli a spirale, a ogni pietra delle case torre, agli archi che circoscrivono zone d’ombra separandole da piazzette circolari, dove la luce si spande libera e il vento profuma di storia. Alla montagna che spezza i fianchi alle strade, con urli di materia che si sforza di prendere forma come statua dal marmo nelle mani abili di uno scultore.

Forse sono nato a Bassiano, più probabilmente vi ero giunto o passato per caso. Un viaggio di piacere o un affare di vitale importanza potevano avermi condotto qui, ma quando la meridiana mi strappò a me stesso, o fui io a rompere gli argini della realtà abdicando al mio corpo, paradossalmente in questo luogo misterioso e sperduto misi aeree radici.

Un’arcana condanna m’incatenò a questo borgo laziale. Quanto tempo ho trascorso aggirandomi tra i suoi meandri e nei suoi dintorni boscosi in cerca di non so cosa, attendendo che qualcuno mi percepisse o mi sognasse! Invano ho bussato ai portoni, sono entrato nei cortili e nelle case come brezza silenziosa, ho inanellato i capelli sciolti e sollevato le gonne alle ragazze facendole arrossire, soffiato sui panni stesi per attrarre l’attenzione delle loro madri indaffarate, girato le carte dei pensionati al bar nelle interminabili partite pomeridiane, per provocare la loro sorpresa o la loro irritazione.

Nessuno si è chiesto perché il vento facesse i dispetti e le donne sospirassero di piacere a una brezza così maliziosa. Nessuno si è accorto della mia esistenza incorporea. Nulla, nulla è accaduto, finché non ho compreso di avere un nodo da sciogliere, un compito da portare a termine per meritare l’eterna pace.

Ed è con questa consapevolezza che le cose, per me, angelo di Bassiano, hanno iniziato a prendere una piega diversa e davvero inaspettata.

3.
Ogni sera, rientrando a casa dopo una faticosa giornata al laboratorio, Angelo si fermava ritualmente a guardare i bozzetti di creta che aveva sistemato nel camino del salotto, al posto di ciocchi di legna. Una rapida occhiata gli bastava per cogliere il velato biasimo del camino e intuire quello delle statue, privato il primo della sua naturale funzione di focolare, incompiute le seconde sotto i teli di plastica che le ricoprivano per impedire alla creta di seccare. Una statua, in particolare, alimentava i suoi sensi di colpa per averla, da troppo tempo, trascurata: una donna dai lineamenti accennati, in plastico movimento, nella fase iniziale di un salto o di un volo. Slanciata, atletica, armoniosa, bella davvero, ma in divenire. Le braccia, nel continuo rimodellare del suo artefice, erano scomparse, un’ala stava spuntando in corrispondenza della scapola sinistra, mentre a destra una sottile, contorta protuberanza di ferro delineava in modo approssimativo ciò che era stato o che ancora non era.

Intrappolato nel vortice delle necessità quotidiane, Angelo, giorno dopo giorno, rimandava il confronto con la sua anima di artista, giustificando il calo di ispirazione con la priorità di tasse, bollette, mutuo da pagare e oneri di padre divorziato. A fronte di ciò, tutto il resto non poteva che passare in secondo piano, ma l’affievolirsi della fervida vena creativa che aveva caratterizzato i suoi esordi di promettente scultore, era fonte di malcelato rammarico. Per rassicurarsi, di tanto in tanto, spolverava in laboratorio le sue statue giovanili, - originali, potenti, coraggiose! - e passava in rassegna i disegni dei tempi andati. Poi, il lavoro su commissione lo assorbiva di nuovo. Gli piaceva, eccome, quel lavoro! Riempiva le sue ore e la sua vita, saziando il suo innato bisogno di perfezione. Angelo poteva riprodurre nei minimi dettagli qualsiasi opera dei grandi del passato e scolpire con maestria elementi scenografici e decorativi di ogni genere e dimensione, che orgogliosamente si fregiavano della sua firma. Spendeva tempo e profondeva tutte le sue energie nel realizzare al meglio ciò che altri gli ordinavano. E i soldi non bastavano mai.

Era tornato tardi, quella sera, più stanco del solito, irritato da contrattempi che avevano ritardato la consegna di un’opera, appesantito da un eccessivo carico di lavoro che tardava a essergli retribuito. Nemmeno la luna, che splendeva a tutto tondo nel cielo di vetro nero, era riuscita a distrarlo dai fastidiosi pensieri con le sue carezze d’argento.

Sulla soglia del suo appartamento aveva immediatamente percepito qualcosa di strano. L’odore di casa, quel familiare, acre sentore di fumo di sigaretta, non era lo stesso di sempre. Era come se il vento avesse spalancato una finestra, soffiando dentro il profumo del mondo, salsedine lontana e mentuccia sul davanzale, aroma di paesi esotici e panni stesi sul balcone, lava di vulcani spenti ed eucalipti dalla riva dei laghi. Il vento, com’era entrato se n’era uscito, senza segni di effrazione né vetri rotti.

A luce spenta, Angelo era rimasto immobile ad annusare quel caos di molecole ricombinate che gli solleticavano il naso, prima di trovare il coraggio di verificare se davvero qualcuno, in sua assenza, fosse stato lì. Poi aveva fatto un giro di perlustrazione, dimenticando di salutare le statue nel camino. La finestra della cucina era accostata, ma le imposte sembravano chiuse bene e in casa non mancava nulla.

Era andato in bagno, si era guardato allo specchio contando una ruga in più sotto l’angolo dell’occhio destro e notando con rammarico che i suoi capelli, ancora folti, ingrigivano troppo rapidamente. Si era fatto come di abitudine doccia e shampoo, si era sbarbato e si era messo il pigiama più comodo.

Aveva cenato in pizzeria con un collega, che gli avrebbe procurato un nuovo incarico: non doveva cucinarsi nulla e, nelle sue condizioni di stanchezza, era un sollievo.

Il miscuglio di aromi, percepito entrando in casa, lo aveva eccitato. Un subbuglio fisico e mentale. Avrebbe voluto una donna con cui rotolarsi nel letto fino a saziarsi, una qualsiasi, ma era solo e non gli andava di soddisfarsi da sé. Reprimere il desiderio, come si era abituato a fare in attesa di una nuova compagna, non essendo predisposto caratterialmente alle avventure facili, gli gonfiò il cuore di una brama diversa, in cui riconobbe l’imperativo dell’ispirazione.

Gli balenò in mente come plasmare la figura di donna alata in via definitiva e la cosa lo entusiasmò. Si avvicinò al camino con l’idea di portare a compimento il bozzetto quella notte stessa, ma, in sogno o nella realtà, nel camino con gli altri, sotto il telo di plastica che teneva umida la creta, quello non c’era più.

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L'angelo di Bassiano

Mirella Esse

l'angelo di bassiano
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Romanzo liberamente ispirato a “Hypnerotomachia Poliphili”, - testo allegorico pubblicato nel 1499 da Aldo Manuzio, il primo editore italiano “moderno” - e al suo presunto autore, frate Francesco Colonna.

Un angelo senza identità e senza pace è imprigionato tra le mura di Bassiano (paese natale di Manuzio, in provincia di Latina): una colpa che ha dimenticato, un tremendo crimine, potrebbe avere determinato la sua condanna eterna. Ricordi che a sprazzi affiorano nel suo vano, concentrico girovagare nei vicoli a spirale dell'antico borgo, dolorosamente lo riconducono a una misteriosa bambina bionda, conosciuta in un altro luogo (Venezia), in un tempo che non è più. La sua frammentaria ricostruzione dei fatti, però, si ferma sull'orlo dell'abisso.

Al richiamo disperato dell'angelo, uno scultore che ha smarrito l'ispirazione e una scrittrice in fuga dal passato, i cui destini ineffabilmente s'intrecciano tra loro, oltre che al suo, si incontrano nel suggestivo paese laziale per cercare indizi della sfuggente verità.

Il testo è arricchito dalle illustrazioni ottenute da elaborazioni grafiche di bozzetti dello scultore Alessandro Ferretti e da fotografie di Bassiano.

L'autrice

Psichiatra per scelta, artista per vocazione, vive e lavoro a Parma. Si è dedicata piuttosto tardi all'espressione creativa, dando spazio prima al lavoro e alla famiglia (ha due figlie splendide, di 22 e 24 anni e tre cani). Dal 2002 al 2007 si dedica all'arte figurativa, esponendo in mostre personali e collettive a Parma, Modena, Ferrara, Piacenza e Nizza. Dal 2006 ha coltivato la narrativa; alcuni suoi racconti hanno vinto premi e sono stati selezionati per antologie (Il Prione, Giacché Editore; Il catalogo del museo dei Tarocchi, Hermatena Edizioni; Erotika, Area 31 press) e riviste come la WMI di Delos Books.
Ha pubblicato: Di pietra e carne, antologia di testi surreali con Montag Editore, 2009; Roulette russa, breve romanzo noir con Arpanet Edizioni, previa selezione, nel 2011; Rosa cubana, thriller psicologico, con La Carmelina Edizioni, nel 2014.
L'angelo di Bassiano, auto-pubblicato per scelta nel 2016, è stato fino a ora presentato a Parma, presso l'Associazione sportiva culturale Dans Le Garage e a Bassiano (LT) dal Sindaco Domenico Guidi con il patrocinio del Comune.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

È una storia molto particolare, inusuale, sempre in bilico tra passato e presente, tra realtà e sogno.

Giocando con atmosfere oniriche, che riesce a rendere e gestire con molta abilità, l'autrice ci trasporta all'interno degli strani avvenimenti che portano Angelo e Ninfa ad incontrarsi e conoscersi, e ci svela, da ottima detective storica, come potrebbero essere andate veramente le cose tra Francesco Colonna e la sua amata Polia.

Un libro originale, fuori dal comune, che ci sentiamo di consigliare ai lettori che vogliano lasciarsi trasportare per qualche ora da questo vento impetuoso che soffia su Bassiano.


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