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Stretto

Nicola Skert

1

Bert non stava più nelle scarpe. Era cresciuto troppo e sentiva che la tomaia cominciava fastidiosamente a premerlo ai fianchi, e quelle maledette asole e stringhe che non lo lasciavano mai in pace…

Già, perché il giorno in cui Bert ne ebbe abbastanza dell’utero materno, decise proditoriamente di farsi largo nel sacco amniotico con qualche mese d’anticipo. La luce lo investì in pieno volto con la ferocia che solo l’ingresso al mondo può riservare, come monito del genere: «attento, d’ora in poi e sempre di più, dovrai imparare a camminare sulle tue gambe, tenere il capo chino ed evitare tutta la merda che troverai sul tuo cammino. Fino al giorno in cui tutto il tuo arrovellarsi si concluderà in un bel niente».

È che Bert proprio non poteva continuare a stare dentro quell’utero. Dicevano che era così bello venire cullati dal liquido amniotico, fare capriole rimbalzando sulle elastiche pareti uterine, ciucciare dal cordone ombelicale tutto quel ben di dio che vi scorre e non fare altro che percepire i rumori e le luci attutite provenire dall’esterno.

E la voce della mamma, il battito del suo cuore, figuratevi che nessuno poteva sentirlo da dentro. Neanche lei, tappandosi le orecchie, poteva minimamente immaginare cosa significasse. Poi l’amore della mamma, e la mano del papà che si appoggia sul suo ventre cercandolo. Una gambetta qua, un braccino là, oggi a testa in giù e domani a testa in su. Quante volte aveva giocato a nascondino con lui.

Solo che le cose non andarono esattamente così, o meglio, un bel giorno presero una piega differente. Bert avvertì i rumori di una conversazione che suonava più o meno così:

«Betty, non me la sento più.»

«Di cosa?»

«Di fare il papà.»

«Oh Gesù.»

«Non mi sento ancora pronto. Lo so che avrei dovuto parlarne prima ma…»

«Ma un cazzo!» urlò Betty fuori di sé. Bert sentì le pareti dell’utero indurirsi sotto le contrazioni addominali. «Io adesso abortisco!»

«Betty, non fare così, sei in gravidanza avanzata ormai!»

«E allora, che dovrei fare? Mettere al mondo un bimbo senza padre?»

«No, ma io…»

«Io io… io cosa, eh?! Uomini… immaturi del cazzo…»

Betty si lasciò cadere pesantemente sulla sedia. Bert avvertì un duro sobbalzo e allungò le manine per sostenersi alle pareti uterine.

In quel tumulto, Bert prese coscienza di sé e semplicemente disse: io.

E qualcos’altro.

Ma non lo ricordò più.

2

Da quel giorno molte cose cambiarono. Mamma aveva cambiato dieta o che so io, fatto sta che dal cordone cominciarono ad arrivare solo schifezze, e talvolta alcune mi facevano girare la testa o avere strane allucinazioni. Sentivo da fuori papà, che non metteva più la mano sul pancino, sbraitare alla mamma:

«Smettila di bere! Butta via quella cicca! E questa? Una canna?! Smettila con quella polvere! Cosa sono queste pastiglie!»

Da allora non avvertii più la voce di papà. Io non capivo, ma di una cosa ero certo: non avevo più alcuna intenzione di stare là dentro a sentire urla, mangiare schifezze e ricevere ogni tanto anche qualche cazzotto o calcio o che so io. Già, altro che carezze. Ogni tanto PUM! Mi arrivava un colpo da qualche parte. Eh no, era decisamente troppo.

Sicché quel giorno mi svegliai e mi guardai attorno. Non ero più in un paradiso ovattato azzurro e rosa, ma nel liquido amniotico circolavano nuvolette di fumo, bottiglie di gin, scatolette di tonno, yogurt andato a male e via dicendo. Cavolo, era diventato un cesso! Non avevo alcuna intenzione di crepare là dentro, sicché organizzai l’evasione.

Presi lo slancio, lacerai il sacco amniotico e mi avventurai giù lungo il collo vaginale. La mamma doveva essere in piedi a spazzare il pavimento e probabilmente era vicino alla scarpiera. Finii direttamente dentro la scarpa sinistra di papà, risparmiando quelle di vernice nera tacco dodici della mamma. Per fortuna, chissà quanto si sarebbe arrabbiata.

Ero così piccino che non se ne accorse neppure. Continuò a spazzare fino a quando, sentendo dei gemiti di bambino provenire alle sue spalle, decise di voltarsi e mi vide in quella curiosa culla impiastricciata di liquido amniotico. Posò prima lo sguardo sulle sue gambe, lentamente, e con altrettanta lentezza raccolse con una mano quel liquido viscoso che le scorreva lungo le cosce, lisciandolo tra pollice e indice. Poi, chissà perché, rialzò la testa di scatto e lanciò un grido altissimo. Io allora tenevo gli occhi chiusi, con tutta quella luce, e avrei pure tappato le orecchie, con tutto quel casino che mi stava attorno.

Mamma raccolse la scarpa, la mise nella scatola da scarpe, la scatola da scarpe alla base del sedile del sidecar e raggiunse il pronto soccorso dell’ospedale in un batter d’occhio. Dalla finestra della guardiola alcuni infermieri osservavano con curiosità quella strana apparizione, il sidecar parcheggiato nel posto riservato alle ambulanze in arrivo e una donna che vi discendeva afferrando nel contempo una scatola da scarpe. Non fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata interrogativa che mamma fece ingresso come un tornado, trascinò con sé una marea di sguardi sbalorditi e correndo raggiunse il reparto di neonatologia. Il primo medico cui porse la scatola, senza proferir parola, guardandoci dentro, sgranò gli occhi e spalancando la bocca disse:

«Oh mio Dio… ma questo è… nel reparto prematuri presto!»

Il pronto soccorso mise subito in moto il suo apparato organizzativo. Un infermiere raccolse con delicatezza la scatola dalle mani del medico e la poggiò su una barella. Due porta lettighe la fecero volare lungo i corridoi sotterranei che conducevano al reparto indicato dal medico. Tre furono gli sguardi indiscreti e curiosi che incrociarono una scatola da scarpe trasportata in fretta e furia, lamentando il fatto che ormai in ospedale si cura di tutto e di più, tranne i quattro pazienti in fila abbandonati lungo la corsia come un convoglio morto su un binario morto. O quasi. Sbalorditi attendevano che qualcuno si occupasse di loro con altrettanta alacrità come per quella scatola da scarpe.

«Ora si capisce perché la sanità va a rotoli» commentò uno

«Già, chi ci capisce più niente» rantolò l’altro.

«Niente è meglio di nulla» sentenziò il terzo.

«E a nulla vale lamentarsi» concluse il quarto.

Il medico del pronto soccorso seguì prontamente la lettiga facendo svolazzare il camice come un vampiro la mantella all’inseguimento di una sacca di sangue fresco, rigorosamente del tipo più raro e prezioso. Una volta raggiunto il reparto prematuri, tolse dalla scatola la scarpa da cui sporgevano due braccine secche e la poggiò con delicatezza su un tavolo bianco. Presto una folla di medici e curiosi formò un cerchio attorno a noi, rilasciando ognuno la propria dose di stupore. Mamma li spingeva via ma loro continuavano a premere sfoggiando i commenti più banali:

«Dio mio, com’è possibile…»

«Non ho mai visto nulla di simile…»

«Questa poi…»

Frattanto il medico, quello che aveva accolto la scatola di scarpe di mamma nel proprio grembo, si prodigava per estrarmi dalla tomaia senza peraltro ottenere risultati soddisfacenti. Ero incastrato proprio bene, al che asciugandosi il sudore dalla fronte, con fare arrendevole disse:

«Signora, è tutto inutile, non riesco a estrarlo e comunque il suo bambino non può sopravvivere. È troppo piccolo ed è uscito già da troppo tempo.»

Che cosa??!! E no eh?! E io faccio tutto questo casino per uscire per poi sentirmi dire che è stato tutto inutile? Ora ti faccio sentire io…

Così, liberai un pianto di protesta talmente forte che tutte le teste del reparto si voltarono in direzione della scarpa, chiedendosi che cosa avesse una scarpa da piangere come un neonato incazzoso appena venuto al mondo. Al mio grido si unirono all’unisono tutti quelli dei neonati ospitati nella struttura, facendo esplodere una crisi di nervi a tutto il reparto.

«Incredibile, è ancor vivo!» esclamò il medico che osservava il paziente di taglia quarantadue, per il quale aveva appena decretato un certificato di prossima morte.

«Faccia qualcosa dottore, la prego» supplicò mamma.

«Non so che dirle, non riesco neppure a estrarlo dalla scarpa.»

«Non vede che la stanno guardando tutti?» gli sibilò un’infermiera appena sopraggiunta che comandava più lei di lui. «Vuole che esploda uno scandalo? Lo tolga da lì!»

«Non so come estrarlo! Se taglio la tomaia con un bisturi, rischio di ferirlo.»

«Tagli i lacci!»

«Ma non vede che sono solo di bellezza, Cristo!» replicò il medico esasperato.

Raccolse la scarpa e, seguito da mamma e infermiera, raggiunse una incubatrice, la schiaffò dentro, attaccò a quel po’ di petto libero e alle braccine alcuni sensori, un paio di flebo, richiuse il tutto e voltandosi sentenziò:

«Non sopravvivrà alla notte.»

Senza attendere risposta si allontanò lasciando me, mamma e infermiera da soli.

«Non credergli» sussurrò mamma stringendomi una manina.

esci

Stretto

Nicola Skert

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Un feto di nome Bert prende incredibilmente coscienza di sé. Appena in tempo, perché presto intuisce che il mondo là fuori non sta girando per il verso giusto. Litigi e tensioni scagliano il papà lontano da casa e la madre reagisce maltrattando sé e la creatura che porta in grembo. Bert fugge dall’utero e finisce casualmente in una scarpa del padre dalla quale nessuno riesce più a estrarlo.

È l’inizio surreale di una vita stravagante, dettata dall’imprinting intrauterino di fuga da tutto ciò che sente “stretto”. Finché un evento apparentemente banale lo metterà di fronte a un destino davvero imprevisto.

Una divertita riflessione sul mito della fuga. E del diventare adulti.

L'autore

skert

Nicola Skert è nato nel 1972 in una sperduta località italiana al confine con l’Austria. Ha alle spalle una formazione scientifica. Come biologo ha pubblicato alcuni articoli scientifici, come scrittore oltre a racconti in diverse antologie, il romanzo noir Pus Underground, la raccolta Racconti PET (Pulp Erotic Trash) vol. 1, nata (come afferma l’autore) “con il proposito dichiarato di mettere a dura prova la morale pubblica”, il romanzo fantascientifico Hitorizumo, per poi passare dal giallo psicologico di Giallo Interiora al romanzo di formazione surreale di Stretto. Attualmente vive vicino a Udine, dove continua la sua produzione letteraria.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Originale, fantasioso, imprevedibile, divertente. Sono aggettivi già più che sufficienti per consigliare la lettura di questo libro, che in più aggiunge una scrittura di livello, un ritmo sempre alto e la capacità di far affezionare il lettore alla particolarissima vita del protagonista Bert.

Un romanzo di formazione molto "sui generis", che siamo sicuri vi farà passare le poche ore necessarie alla sua lettura in maniera molto piacevole.


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