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Orme antiche, a Nord del futuro

Michele Cavejari

Il cortocircuito fraseologico del titolo, e l'antinomia che lo sottende, è pura apparenza. Fiutare una pista mai battuta e seguire la proiezione di una traccia inedita, non pronuncia un ossimoro ma un chiasmo rivelatore, un accostamento sinestetico: la convivenza paradossale di due esigenze agli antipodi, retrocedere per guadagnare un passo in avanti, condurre una battaglia di retroguardia per l'avvenire.

Due pensatori si stagliano contro l'orizzonte più prossimo, come viaggiatori del Tempo; giungono da territori dimenticati in direzione di regioni inesplorate. Ivan Illich e Serge Latouche. Due intelletti che ci invitano ad una meticolosa attività archeologica, una speleologia negli abissi del passato al fine di comprendere la topologia del presente; ovvero, non mediante una nostalgica operazione da antiquari ma attraverso una vera e propria ricerca radicale sulla genesi della modernità.

Dopotutto, le carni semantiche di tanti concetti che oggi diamo per scontati hanno cambiato connotati, svuotandosi dei significati originari per ospitare insospettabili nuove forme e declinazioni. Il più appariscente è forse proprio il concetto di Sviluppo: termine dentro il quale si nasconde ormai tutto e il contrario di tutto, compresa la più viscerale, inconsapevole, ma non per questo mitigata, complicità dell’uomo comune nella strumentalizzazione del mondo che diventa merce.

Ebbene, esattamente la retrospettiva e ingenua, ma non per questo mitigata, collusione del cittadino Occidentale nello sfruttamento multidimensionale perpetrato dal sistema tecno-economico di cui è parte, sarà l’ipotesi operativa nonché la chiave di lettura fondante il presente lavoro. Un’espressione a tinte forti, al momento una pura illazione – meglio dire un'abduzione -, ma provocatoria solo fino ad un certo punto se è vero che nel nostro quotidiano gravido di pretese e avido di territorio, dimostriamo un'inquietante miopia etica circa l'impatto del comune agire, e se – come spesso e volentieri avviene - il criterio di performance, la ricerca di profitto, finisce col farsi privilegiato criterio guida. Di sicuro, un'espressione sloganistica che quantomeno può fungere da utile promontorio a partire dal quale, guadagnato l’approdo, il pensiero scelga di principiare una panoramica auto-interrogazione critica.

Rivolgersi all'uomo moderno con gli occhi indagatori di Illich e Latouche, significa provare a pensarne attributi e specificità a monte della sua sistematica riduzione a utente, cliente, risorsa o ingranaggio, con cui una volta questa e una volta quella branca di sapere pretendono di leggerlo e spartirselo. Significa sganciare semantemi come individualità e comunità dalla dialettica del consumo, per mostrare l'enorme distanza che si estende fra la retorica tassonomia dell'utente tipo - ossia la riduzione del soggetto ad una specifica dimensione di carenza imputabile e professionalmente gestibile - e la persona nella sua insostituibile e non sezionabile radicalità identitaria.

Si tratta di un'iperbole faziosa e propagandistica, oppure è lecito parlare di fanatismo per quanto concerne il lessico euristico della “società di crescita”; ossia l'universo che incanala obbligatoriamente i flussi della riproduzione sociale nel catino del turbo-consumo? Il cittadino è libero di accettarne o rifiutarne la prassi, oppure viene portato a credere di essere libero solo all'interno del sistema? Il cosiddetto “consumatore” è pienamente consapevole circa il “prezzo” (morale prima ancora che razionale) implicato in una simile operazione? In caso contrario, ammesso e non concesso che persino il tecno-capitalismo, la megamacchina, sia divenuta una “religione”, una questione di fede che si sottrae sistematicamente alla prova della realtà, ebbene che tipo di violenza simbolica ingenera? Come tradisce i propri intenti e come nasconde le storture verso il cosiddetto Terzo Mondo? Cosa si cela dietro il mantra dello sviluppo? E, a conti fatti, che cos'è questo “sviluppo”?

Queste sono le domande a cui il presente saggio propone di rivolgersi, nonché provare a rispondere insieme ai sopracitati pensatori. La trattazione si avvarrà dunque degli scritti di Serge Latouche e Ivan Illich, ragionando con essi e sforzandosi di capire a partire da essi se davvero equivalga ad una “forzatura ingenerosa” l'atto di descrivere l’uomo occidentalizzato in termini di atomo sedotto nell’immaginario dal modello tecno-economico, per poi essere riconosciuto e assistito come massa persino nel privato1.

Ma, per introdurci al tema, principiamo ad osservare la natura che ci circonda.

Che cosa accade quando pensiamo ad un terreno, ad un pendio o ad un ettaro di bosco quali “materie prime” asservibili? Dal punto di vista interpretativo, le stiamo considerando come mezzi per un qualche fine; cioè a titolo di strumenti. Un bosco può divenire combustibile per una centrale a biomasse, il vento farsi motore di cui necessita l'eolico, il sole incidente può divenire energia per i moduli fotovoltaici, e così via. Muoviamo ora un passo oltre, e chiediamoci: quand'è che questi elementi mutano da “mezzi di sostentamento” a “capitale economico”, ovvero a variabili integrate in una logica ermeneutica funzionale ad un certo sistema produttivo? In altre parole, se l'uomo ha certamente il diritto di avvalersi di terra, acqua ed energia, quand'è che l'uso diventa abuso e l'usufrutto sfruttamento? Probabilmente, prima ancora che sul piano della manipolazione fisica, già a livello del linguaggio, dell'immaginario. La riduzione assiologica della Natura a risorsa mediante la sua trasposizione entro il moderno paradigma della scarsità (operatore logico dominante l’intero immaginario dell’homo Oeconomicus, come ci suggerisce Ivan Illich) è il nocciolo della questione. La Natura, per così dire, “occidentalizzata”, ovvero antologizzata in un sistema-mondo incentrato sull'incremento (meglio forse dire, sul tentativo frustrato di incremento) di crescita economica, va configurandosi quale oggetto dotato di una certa qualità ed estensione - nonché rarità e limitatezza che ne accrescono il valore commerciale – predisposto per l’utilizzo intensivo dell'uomo. Una chiave di lettura antropocentrica che, a ben guardare, si qualifica tanto in veste di eredità “religiosa” quanto “filosofica”.

Per un verso, infatti, una parziale e interessata esegesi di Genesi 1,28, contenente i verbi “soggiogare” e “dominare”, ha prestato il fianco all'operazione. Recita il versetto in esame:

Dio li benedisse e disse loro:/ “Siate fecondi e moltiplicatevi,/ riempite la terra;/ soggiogatela e dominate/ sui pesci del mare/ e sugli uccelli del cielo/ e su ogni essere vivente,/ che striscia sulla terra”.

L’ebraico kabash (soggiogare) e radahi (dominare) paiono lasciare poco spazio al beneficio del dubbio. Tuttavia, non dovremmo fermarci qui. Per non tradire il testo biblico ed il suo messaggio, le righe citate in precedenza vanno obbligatoriamente integrate con Genesi 2,15:

il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

Il “dominio” di cui si parla, è dunque da intendersi più propriamente sulla base di un operare umano in qualità di salvaguardia, non di spietata sovranità. Abad (coltivare) e samar (custodire) non suggeriscono la legittimazione a un predominio, ma la qualifica ad un orientamento misericordioso. Il cristianesimo, letto a monte di una “ragione calcolatrice”, conduce perciò verso un antropocentrismo mitigato dalla responsabilità: il contadino che svolge la propria opera trasforma il giardino, vi apporta modifiche, migliorie nel bene proprio e della collettività; e tuttavia, incarnandosi al contempo nelle vesti di “custode” è chiamato ad assumere, pur nella totale libertà, il senso della misura come guida e la salvaguardia della vivibilità di ogni specie come limite: una salvaguardia attiva e soprattutto passiva, di astensione, che si traduce nell’oculata rinuncia all'organizzare e legiferare per ogni area.

La Crisi ecologica-antropologica attuale non è perciò un retaggio o, peggio ancora, una conseguenza inevitabile del pensiero cristiano. Essa è piuttosto la strumentalizzazione di un messaggio, una lettura viziata da precise alchimie di potere storicamente coadiuvate altresì dal contributo filosofico noto come dualismo ontologico cartesiano: l’avvilimento della natura a res extensa su cui il cogito ha un primato assoluto. Una dicotomia, quest'ultima, che consente di postulare dapprima la completa esteriorizzazione dello spazio vissuto, imprimendo al mondo un’irrimediabile omogeneità materiale che respinge ogni interiorità, e dunque (specie con Bacone) di riassumerne la specificità entro i canoni del dominabile e dell'asservibile.

Eppure la Natura, riprendendo il filo dei nostri ragionamenti, nel corso della storia è stata oggetto di un'ermeneutica anche molto lontana da simili interpretazioni antropocentriche. Per una breve ricostruzione del concetto possiamo ricorrere alle lezioni che Merelau-Ponty tenne fra il 1956 ed il 1960 al Collège de France, ed i cui appunti sono stati pubblicati postumi2.

esci

1. Tesi supportate da pensatori quali Ivan Illich, Serge Latouche e Günter Anders. Per il momento, indicativamente, si rimanda ai testi: I. Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo , Boroli Editore, Milano (2005); S. Latouche, Giustizia senza limiti. La sfida dell’etica in una economia mondializzata, Bollati Boringhieri, Torino (2004); G. Anders, L’uomo è antiquato. II Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino (2012).
2. Cfr. (a cura di Mauro Carbone) M. Merleau-Ponty, La Natura. Lezioni al collège de France. 1956-1960, Raffaello Cortina Editore, Milano (1996).

Orme antiche, a Nord del futuro

Michele Cavejari

orme antiche a nord del futuro
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Il saggio si propone di tracciare l'identikit dell'Occidente e del tipo d'uomo che lo abita, analizzando gli scritti e le idee di due grandi pensatori del Novecento, Ivan Illich e Serge Latouche, alla ricerca dei punti di contatto tra la loro critica al consumismo e le loro proposte per una società più giusta, meno consumo-dipendente, più umana.

Contro la società capitalistica, in cui conta solamente il guadagno e l'accumulo, in cui lo spreco è parte integrante di un sistema che deve autoalimentarsi per non soccombere, in cui le persone sono utenti o consumatori, Illich e Latouche alzano la loro voce per intimare uno stop e proporre una visione profondamente, ma ragionevolmente, alternativa della società, dei rapporti umani, del lavoro: la sobrietà come scelta spontanea.

Il testo è strutturato in tre macro-aree. La prima introduce al pensiero di Latouche e di Illich, passandone in rassegna i punti di contatto e divergenza. Segue una pars destruens, focalizzata sui luoghi mentali del cittadino occidentale, sull'ideologia del progresso e sulla relativa retorica. La terza parte, infine, introduce la questione del rapporto dell'uomo con il concetto di limite e traccia il profilo della decrescita come esercizio critico riflessivo.

L'autore

cavejari

Michele Cavejari nasce a Negrar (Verona) il 15 luglio 1988 e si laurea in Editoria e Giornalismo presso l'Università degli Studi di Verona.
Pubblica il suo primo saggio, "Orme antiche, a Nord del futuro", dopo l'esordio narrativo avventuo con "L'eclisse" (2014), allegoria dell'immaginario tecnico-scientista nello stile della distopia fantascientifica.


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Perché l'abbiamo scelto

È un saggio per niente banale. Per i temi trattati: l’insostenibilità, per l’ambiente, del sistema capitalistico-consumistico occidentale; la critica spietata a questo sistema; la società conviviale; la decrescita. Per come sono trattati: con una conoscenza molto approfondita degli autori di riferimento (Illich e Latouche su tutti); con il coraggio di affrontare e reggere fino in fondo argomentazioni difficili, come ad esempio l'auspicio di una de-scolarizzazione della società; con la volontà, dichiarata, di tenere aperto il dibattito. Per come è scritto: con un italiano forbito, cui non siamo più abituati, che non è sfoggio di superiorità culturale ma è anzi funzionale allo sviluppo dei temi e degli argomenti.

Non è un libro di facile lettura, anzi. Ma è un ottimo saggio: informato e coraggioso.


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