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Nervi sull'orlo di una crisi di gente

Gabriele Ludovici

Un impercettibile movimento degli occhi

La percezione del calore del latte, e il profumo esageratamente dolce dei cornetti preconfezionati, a Gianmatteo davano la nausea. Peraltro aprile si annunciava umido e afoso, minacciosa anticamera di ciò che avrebbero dovuto patire i cittadini senza ferie in piena estate.

Si sedette controvoglia a tavola, e sotto lo sguardo inquisitore della madre inzuppò un paio di biscotti nella tazza fumante.

«Tutto lì? E se poi a metà mattina ti viene fame? Come pensi di arrivare fino a pranzo con quella roba lì?»

Lui odiava mangiare di prima mattina, figuriamoci più del necessario.

La televisione mandava in onda le storie mute del pinguino di pongo, e provò invidia per quell'esserino che abitava tra i freschi ghiacci del Polo. Decise che più tardi avrebbe domandato alla maestra di geografia se i pinguini vivevano al Nord o al Sud. O se stavano da tutte e due le parti.

Era da poco che si interessava di geografia. Il motivo era riposto ordinatamente in una cartellina del suo zainetto. Suo padre una settimana prima gli aveva regalato l'album delle figurine degli imminenti Mondiali di calcio del 1998, nel tentativo di inculcare qualche passione virile al figlio. O più inconsciamente per omologarlo a quei compagni che, secondo le insegnanti, lo escludevano dai giochi.

A Gianmatteo lo sport interessava poco o nulla. Quella specie di quadernone dalla copertina lucida però gli risultò subito simpatico. Le poche figurine attaccate tra le pagine gli avevano aperto un mondo: i continenti, i paesi, i diversi colori della pelle, i bulgari con i cognomi che finiscono in v e quelli dei sauditi che iniziano per Al, i capelli ricci dei colombiani e le spesse labbra dei nigeriani. Chissà, forse a giugno avrebbe persino visto qualche partita. Suo padre e suo nonno ne sarebbero stati felici.

«Allora? Ti muovi o no?»

La voce della mamma lo destò dall'apatia della colazione. Lui doveva muoversi? Se facevano tardi semmai era colpa della donna, che impiegava lunghi minuti ad agghindarsi per accompagnarlo a scuola prima del lavoro.

Senza replicare, diede una pulitina ai propri occhiali con la carta assorbente della cucina e mise un panino, avvolto nella carta stagnola, dentro allo zainetto. La madre era già davanti al garage a trafficare con il difettoso antifurto dell'automobile.

In macchina non parlarono. La Fiat Uno arrancava sotto al sole e Gianmatteo guardava con la coda dell'occhio il volto lucido della madre, teso e inespressivo. Lui aveva dieci anni compiuti, ma ancora non aveva capito di cosa si occupasse sua madre. Quando gli chiedevano che lavoro faceva, rispondeva sempre “l'ufficio.”

«Anche oggi farai ritardo. Se le maestre rompono, digli che ci parlo io quando ti vengo a prendere.»

Il bambino annuì. Era una litania che conosceva a memoria. Se poteva risparmiarsi anche solo cinque minuti di scuola, per lui era oro colato. Soprattutto prima dell'inizio delle lezioni, in quella zona d'ombra non protetta dagli adulti dove poteva accadere di tutto e senza testimoni.

Già, l'autorità. Rise ripensando a quando in classe venne quella poliziotta bionda, per spiegare il problema del bullismo. La signora in divisa viveva in un altro mondo. Nessuno rubava merendine e nessuno usava le mani come diceva lei, esistevano metodi molto più sottili per ferire.

I veri stronzi lo sapevano. A dieci anni avevano maturato abbastanza punti esperienza, come i personaggi dei giochi di ruolo: possedevano molteplici attacchi e innumerevoli alibi, molti dei quali sorprendenti. Gli adulti non capivano la complessità dei bambini, Gianmatteo ne era sicuro.

Improvvisamente si aprì un lungo corridoio di asfalto che li condusse in poco tempo davanti all'istituto. Misteri degli ingorghi capitolini.

«Abbiamo avuto fortuna. Siamo persino in anticipo di dieci minuti. Scendi va’, ci vediamo dopo.»

Gianmatteo si avvicinò per baciare la madre.

«E dai, che fa caldo», sibilò la donna senza muoversi di un millimetro. Lui rinunciò e prese la cartella per uscire dal veicolo, senza salutare.

Il cortile era ancora stato risparmiato dall'agguato del sole. Una brezza tiepida trasportò il profumo dei gerani e dell'acqua ristagnante nei pressi della fontanella d'acqua non potabile. I bambini erano già entrati, ad eccezione di quelli della terza classe che quel giorno sarebbero andati in gita a Bomarzo.

Il bambino salì lo scalino dell'ingresso e si ritrovò nell'atrio, per una volta senza essere costretto ad attraversarlo di corsa. Il bidello sonnecchiava seduto dietro ad una vecchia cattedra, con la canottiera bianca e la copia di un quotidiano.

Si chiamava Augusto. Gianmatteo poteva dire che, in quattro anni di permanenza nella Scuola Elementare Guido Gonella, di non averlo mai visto intento a svolgere una mansione degna di questo nome. Quando non leggeva il giornale, si aggirava come un segugio per le aule, spostando con pesantezza il proprio corpo maleodorante e ingiallito dal tabacco. Più che parlare grugniva, o canticchiava dei motivetti completamente privi di melodia, interrotti da attacchi di tosse. Al bambino quel bidello faceva un po' impressione.

Raggiunse la porta con su scritto IV B, trovandola aperta. All’interno della classe i suoi compagni stavano parlottando in gruppetti sparsi, e nessuno di loro alzò la testa per salutarlo. L'aria era satura del profumo delle pizze rosse nelle cartelle.

Era abituato alla vaga indifferenza dei compagni. Quel giorno l'unica nota inusuale fu il suo banco, che solitamente condivideva con una bambina filippina. Ci trovò invece Ranieri e Panarini.

Il primo era figlio del maestro Federico, insegnante di musica piuttosto svampito. Questi era noto perché, durante le esibizioni canore di fine anno, si metteva in piedi di fronte al palco e mimava i gesti di un direttore d'orchestra. Portava avanti quella pantomima per tutta la durata del saggio, nonostante fosse totalmente ignorato dagli scolari.

Ranieri junior aveva dei ricci neri che contornavano un viso paffuto e perennemente solcato da un sorriso sarcastico. Forse in qualche altro istituto sarebbe stato oggetto di scherno, ma grazie al padre lì al Gonella poteva permettersi di giocare il ruolo del carnefice.

Gianmatteo non lo sopportava. Aldilà dei favoritismi dettati dai rami del suo albero genealogico, lo reputava un infame. Era pesante, sfotteva e si soffermava sui dettagli che potevano ferire maggiormente i destinatari. Uno dei suoi bersagli preferiti era proprio la bambina filippina, Rachelle, alla quale non risparmiava stupidi epiteti di stampo razzista.

Gianmatteo spesso si chiedeva da dove avesse preso quel carattere odioso, visto che il maestro Federico appariva come un bonaccione inoffensivo, dietro i baffi grigi e gli spessi occhiali da miope. Forse la colpa era della madre, quella donna scostante e dal viso divorato dal fard che lavorava nella segreteria della stessa scuola.

Senza dire una parola, posò lo zainetto sul banco. Abbozzò un saluto ai due invasori, emettendo però un rantolo afono. Non aveva ancora detto una parola durante la mattinata, e le sue corde vocali erano ingolfate.

«Tu hai rotto che ti sei preso il banco all'ultimo banco», esordì Ranieri col suo consueto interloquire sconnesso e male articolato.

«Eh? Non l'ho scelto io, lo hanno scelto le maestre all'inizio dell'anno», replicò Gianmatteo abbassando lo sguardo.

Panarini ridacchiò. Parlava poco e ci teneva a mantenere sempre un atteggiamento intimidatorio. Portava i capelli a spazzola, biondicci e incollati dal gel, e indossava sempre la stessa tuta violacea. Si diceva che i genitori non se la passassero troppo bene, forse erano persino sul punto di separarsi.

Lui aveva perso completamente ogni interesse per lo studio, e preferiva pararsi dietro allo scudo dell'amicizia con Ranieri per trascorrere in maniera più interessante le ore scolastiche. Ovvero, trovando scuse per menare le mani.

«Beh, da oggi tu e la cinese vi spostate avanti», proseguì Ranieri.

«Non… non so se lei sarà d'accordo.»

«Sennò? Che succede?», aggiunse Panarini con tono seccato.

Gianmatteo non ebbe alcuna intenzione di mettersi a questionare. Lo scambio di battute aveva già incuriosito il resto della classe, udì il fruscio simultaneo delle teste che si giravano nella sua direzione. Odiava essere al centro dell'attenzione, e non gli rimase che accomodarsi al primo banco, quello dove venivano destinati gli alunni più vivaci.

Le otto erano passate già da cinque minuti, l'eco della campanella si era già dissolto. Rachelle non sarebbe venuta – negli ultimi giorni aveva accusato l'allergia al polline – e lui sarebbe rimasto solo in quel luogo sconosciuto, sulla linea del fuoco. Una figura umana oscurò la luce che proveniva dal corridoio.

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Nervi sull'orlo di una crisi di gente

Gabriele Ludovici

nervi sull'orlo di una crisi di gente
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Nervi sull'orlo di una crisi di gente è un progetto nato per unire cinque racconti legati da un sottile denominatore comune. I protagonisti cercano di mantenere il proprio equilibrio di fronte a circostanze destabilizzanti, dove rimangono soli a combattere contro qualcosa che non possono controllare.

Si parte con Gianmatteo, bambino incompreso che vede continuamente mortificata la propria sensibilità da parte del superficiale mondo degli adulti. L'apice della tensione, paradossalmente, si tocca quando crede di aver trovato la propria dimensione aiutando il prossimo. In Jelena invece il protagonista cerca di somatizzare un rifiuto sentimentale scrivendo una lunga lettera, che finirà per generare una storia ben migliore della realtà. Al centro de La testa nella sabbia c'è invece il risveglio di un ragazzo colto da un'amnesia e che si trova ben presto al centro di un bivio dove, almeno apparentemente, sarà costretto a prendere una decisione sbagliata. Ancora più difficile è la situazione dell'ingegner Angiulli in Un'incontrollabile fuga di arieti: trasferitosi in un idilliaco paese che ha da poco raggiunto l'indipendenza, prova sulla propria pelle delle — violente — incomprensioni culturali.

Il viaggio si conclude con l'avventura del professor Lagendaal, l'eminenza atea del pianeta che si ritrova, con sua somma sorpresa, in un aldilà dove non gli verrà negata un'udienza molto speciale.

L'autore

ludovici

Gabriele Ludovici è nato a Roma nel 1988 e negli ultimi cinque anni ha vissuto a Viterbo, eccezion fatta per una parentesi a Mankkaa, in Finlandia, tra il 2015 e il 2016. Appassionato di scrittura fin da bambino, nel tempo ha sperimentato questo mezzo in molteplici forme, in particolare nella musica e nel giornalismo. Attualmente canta in due band e collabora con il periodico Decarta.
Dal punto di vista “letterario”, negli ultimi anni ha realizzato numerosi racconti pubblicati su piattaforme online e sta ultimando due romanzi che intende pubblicare in forma cartacea.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Cinque racconti davvero ben scritti, in cui l'autore riesce, giocando sul filo delle sensazioni dei protagonisti, a farci ridere, sorridere, riflettere, anche all'interno dello stesso racconto. Il primo racconto, Un impercettibile movimento degli occhi, si distingue dagli altri per il collegamento molto più forte con la realtà, e nel trattare la storia del piccolo Gianmatteo alle prese con i bulletti della classe e con l'indifferenza di genitori, maestre e preside ci regala uno spaccato di vita infantile che da solo vale il prezzo (tra l'altro esiguo) della raccolta.

Passando attraverso il registro più leggero di Jelena, quello surreale di La testa nella sabbia e Un'incontrollabile fuga di arieti, fino a quello soprannaturale di L'ateo che arrivò alle porte del paradiso, l'autore si dimostra abile e a suo agio in questo tipo di scrittura, e ci porta a chiederci: come avranno fatto i protagonisti a non cadere preda di una crisi di nervi?


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