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Il dizionario delle emozioni

Elle Caruso

Prologo

Eric

Sono un idiota.

Anzi, sono il re degli idioti. Solo un perfetto imbecille come me poteva riuscire a farsi coinvolgere in una rissa in discoteca per difendere una tipa mai vista prima dalle avances di un ubriaco.

Non so cosa mi sia passato esattamente per la testa in quel momento: ultimamente ho l’impressione che i miei impulsi nervosi arrivino alle varie parti del mio corpo senza prima essere elaborate dal mio cervello, e così finisco per dire cose che non dovrei dire e fare cose che non dovrei fare senza neanche rendermene conto.

Cedere alle provocazioni di uno stronzo ubriaco e dargli un pugno in una discoteca super affollata, di sabato sera, è una di quelle cose.

La mia impulsività diventa ancora più marcata quando lei è nei paraggi, e lei è sempre nei paraggi.

Mi sembra di ritrovarmela intorno ovunque io vada, che sia la discoteca, il supermercato e persino il ristorante indiano: abbiamo frequentato questi posti insieme per così tanto tempo che ora nessuno di noi ha intenzione di cambiare le proprie abitudini soltanto per non incontrare l’altro. Forse in realtà è anche peggio di così, forse si tratta di un tacito braccio di ferro per vedere chi di noi due mollerà per primo, e di certo non sarò io a farlo: lei si è già portata via troppe cose, lasciando al loro posto un appartamento vuoto troppo grande per me e sette anni di ricordi da cancellare, non le permetterò anche di appropriarsi dei miei posti abituali così che possa venirli a invadere insieme al tizio per il quale mi ha mollato.

Questo è il vero motivo per cui me ne vado in giro a difendere delle sconosciute: perché quando la vedo, anche se sono ormai passati mesi dalla nostra rottura, perdo ancora ogni brandello di razionalità.

Inoltre, come se l’aver scatenato una rissa in una discoteca non fosse già una cosa abbastanza stupida, sono persino riuscito a farmi male tirando quel pugno.

Sono certo che se mio padre mi vedesse ora esibirebbe la sua migliore espressione di disgusto e contrarietà e mi farebbe notare amaramente che non ricordo più neanche come si piazza un destro decente. Non sa che in tutti questi anni non ho mai smesso di allenarmi, ma se lo sapesse probabilmente mi biasimerebbe ancora di più: d’altronde essere folle di gelosia non è un buon motivo per tirare male un pugno, né tantomeno un buon motivo per prendere a pugni la gente, e io dovrei saperlo meglio di chiunque altro.

La mano mi fa un male cane e inizio a temere che non potrò né boxare, né tenere un pennello in mano per qualche settimana. E sì, considerato che la boxe e la pittura sono le mie più grandi passioni, e che quindi le mie mani sono il pezzo più importante del mio corpo, dovrei utilizzarle con maggiore attenzione.

Ma come dicevo, io sono il re degli idioti.

Brandon e Leticia si sono offerti di accompagnarmi in ospedale, ma ho detto loro di tornare tranquillamente a casa e in qualche modo sono riuscito ad arrivare al pronto soccorso da solo, in auto, maledicendo a denti stretti la mia ex fidanzata per tutto il tragitto, e ora sono seduto qui da quasi mezz’ora ad aspettare che qualcuno si occupi della mia mano gonfia.

Ma perlomeno non ci sono Bran e Letty a ricordarmi quanto sia stato stupido quello che ho fatto.

«Eric Dixon?»

Il mio sguardo saetta verso l’alto, fino a incontrare il viso della persona che mi ha chiamato: è piuttosto giovane per essere un medico, ed è decisamente bella, anche se la sua espressione è glaciale.

Mi alzo.

«Sono io».

«Mi segua».

Si volta senza degnarmi di un’ulteriore occhiata. Mi conduce in una stanza e mi fa cenno di accomodarmi sul lettino mentre lei legge la scheda che ho compilato in accettazione.

«Mi dispiace per l’attesa, è una serata piuttosto movimentata. Mi dica qual è il suo problema».

«Credo di essermi fratturato un dito» le dico sollevando la mano.

In realtà sono certo di essermi rotto un dito, visto che mi è già successo una volta e ricordo di aver provato lo stesso dolore lancinante che sto provando in questo momento.

La giovane dottoressa prende con delicatezza la mia mano tra le sue e la esamina accuratamente per qualche secondo.

«Come ha fatto?».

«Sono… uhm, caduto. Sono scivolato sul marciapiede bagnato e così, beh…» lascio il discorso in sospeso e faccio spallucce, tanto so già che non mi crederà. Sono sempre stato un pessimo bugiardo e ne sono perfettamente consapevole.

Osserva la mia mano ancora per un po’ e poi alza lo sguardo sul mio viso, l’espressione sarcastica.

«Frattura del pugile e due nocche contuse. A prima vista sembrerebbe piuttosto un destro mal riuscito».

Cerco, senza successo, di trattenere un sorriso.

«Diciamo che potrebbe aver indovinato».

Lei si stringe nelle spalle con noncuranza.

«Capita spesso, soprattutto nei fine settimana. Tutti che muoiono dalla voglia di fare a pugni, nessuno che sappia portare i colpi come si deve».

La serietà con la quale lo dice mi strappa una risata.

«Credimi, io so perfettamente come si portano i colpi. È che a quanto pare non sono nella mia serata migliore».

«Capisco» replica lei laconicamente.

«Cosa ne sa lei di come si tira un pugno? Voglio dire, è un medico» le chiedo, incuriosito.

«Una specializzanda in chirurgia, in realtà, che per chissà quale peccato commesso stasera è stata spedita qui a curare dita rotte. Ho frequentato per anni un corso di difesa personale, comunque. Ma non per questo me ne vado in giro a picchiare la gente, neanche nelle mie serate migliori».

“A differenza tua”.

Non lo ha detto, ma so che lo ha pensato perciò mi sento in dovere di giustificarmi.

«Guarda che non l’ho mica fatto per divertirmi, anzi so già che mi costerà parecchi problemi. Ma tu cosa avresti fatto al mio posto se un ubriaco molesto stesse infastidendo una ragazza a due passi da te?».

«Dipende dalla ragazza. Chi era, la tua fidanzata? Una tua amica?».

«No. Solo… una ragazza».

Lei sfodera di nuovo il suo sorriso ironico.

«Oh. Sei quel tipo di uomo, quindi».

«Quale tipo di uomo?».

«L’impavido cavaliere che difende fanciulle in pericolo. Dobbiamo fare una radiografia. A occhio direi che la frattura non è scomposta, quindi probabilmente basterà una semplice steccatura. Sei fortunato».

«Davvero una gran fortuna. E poi io non sono un impavido…» mi blocco e la guardo negli occhi.

«Mi stai prendendo in giro, vero?»

«Può darsi» replica, sorridendo in modo enigmatico.

Mi fa cenno di seguirla e mi conduce nella stanza in cui si effettuano le radiografie. Mentre attendo che il tecnico esamini la mia mano ai raggi x, ne approfitto per osservare meglio la giovane dottoressa: ha un bel viso, dai lineamenti delicati e al contempo decisi, i suoi capelli biondo cenere sono raccolti in una coda e la sua espressione è tanto seria e assorta che sembra scolpita nel marmo. Di tanto in tanto mi lancia un’occhiata penetrante, senza aver timore di guardarmi dritto negli occhi, poi distoglie lo sguardo con noncuranza.

Aspettiamo il risultato della radiografia, poi ritorniamo nella camera precedente e la dottoressa prepara l’occorrente per la medicazione.

«Non mi sono presentato. Mi chiamo Eric» le dico all’improvviso.

Lei alza per un attimo lo sguardo dalla mia mano per incrociare il mio sguardo. I suoi occhi sono di un azzurro cupo e intenso.

«Lo so».

«So che lo sai, ma volevo presentarmi comunque».

In realtà era un modo come un altro per chiedere il suo, di nome. Ancora non capisco se faccia sul serio o se si stia semplicemente divertendo a farmi sentire uno stupido.

«Dottoressa Wayne, ma se vuoi puoi chiamarmi Rose. Devo allineare il dito con la stecca, ti avverto che farà un po’ male».

Avendo già vissuto questa esperienza, sono preparato alla fitta di dolore che si irradia dalla mia mano e mi percorre il braccio come una scarica elettrica, perciò stringo i denti e non emetto alcun suono.

Rose mi guarda e incurva le labbra all’insù in un sorriso soddisfatto.

“Stronza sadica” sono tentato di replicare, ma credo sia meglio tacere, almeno finché lei avrà il mio dito fratturato tra le mani.

Restiamo in silenzio mentre lei mi medica e, quando ha terminato, un terzo della mia mano è immobilizzato da una stecca di legno e da una tonnellata di nastro adesivo.

«Ti prescrivo un antidolorifico, tra una settimana dovrai tornare per un’altra radiografia e l’ortopedico ti dirà se è necessaria qualche seduta di fisioterapia. Evita di usare quella mano finché il dito non sarà guarito o l’osso potrebbe non riallinearsi correttamente».

Annuisco con solennità prima di fermarmi a riflettere.

«Credo che questa parte dovrà iniziare da domani. O almeno da dopo che avrò guidato fino a casa».

Lei mi lancia un’occhiata scettica. O meglio, si limita a guardarmi senza muovere un muscolo, ma posso leggere comunque lo scetticismo nel suo sguardo.

«Fai come ti pare, io avevo il dovere di avvertirti».

Respiro a fondo e mi alzo dal lettino.

«Suona comunque minaccioso, sai? D’accordo, non guiderò. Devo solo trovare un altro modo per tornare a casa».

Non credo che guidare con la mano steccata potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione, ma visto che per stasera ho già combinato abbastanza danni non me la sento di correre altri rischi.

Mi maledico per non avere accettato l’offerta di Bran di accompagnarmi, ma non posso chiamarlo ora. Piuttosto che sentire i tuoi “te l’avevo detto” per tutto il tragitto fino a casa tornerei persino a piedi.

«Grazie di tutto, dottoressa Wayne. Ci vediamo tra una settimana per la radiografia, o forse non ci rivedremo perché per allora starai facendo qualunque cosa facciano gli specializzandi in chirurgia quando non sono in punizione al pronto soccorso a curare dita rotte».

Non mi aspettavo una sua reazione, perciò sentirla ridere mi lascia quasi a bocca aperta per lo stupore.

«Buonanotte» le dico con un sorriso.

Mi avvio verso l’uscita, ormai rassegnato all’idea di dover abbandonare qui la mia auto e tornare a casa in taxi.

«Ehi, Eric».

Mi chiama per nome, un’altra sorpresa. Mi volto verso di lei.

«Dove abiti?» mi chiede senza preamboli.

«A Bloomsbury. Perché?».

«Finisco il mio turno tra un quarto d’ora. Se mi aspetti ti do un passaggio».

Ed ecco che la dottoressa che fino a un minuto fa sembrava un ghiacciolo riesce a sorprendermi una terza volta.

«Non voglio crearti problemi. Posso cavarmela».

Lei non si scompone.

«Dieci minuti di macchina non sono classificabili come un problema. Comunque fai come preferisci».

Lei sta già per allontanarsi, perciò impiego una frazione di secondo a decidere.

«Se davvero non è un problema ti aspetto» le dico infine.

Le sue labbra si incurvano impercettibilmente verso l’alto.

«D’accordo».

Improvvisamente questa situazione mi sembra assurda. Anzi, a dire il vero l’intera serata mi sembra un’assurdità.

Dovrei essere incazzato, seccato ed esausto, visto che è notte fonda, che la mano mi fa male e che non potrò né dipingere né guidare e né allenarmi per giorni, invece improvvisamente sono addirittura di buonumore.

Di buonumore, dopo una serata del genere.

Forse sono soltanto i postumi dell’adrenalina ancora in circolo nel mio corpo, forse in questo momento sono solo fuori di me, ma di certo questo improvviso buonumore non c’entra nulla con la bella dottoressa Wayne e con la sua offerta di darmi un passaggio.

Giusto?

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Il dizionario delle emozioni

Elle Caruso

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Leggi l'anteprima

La vita di Rose Wayne, brillante specializzanda in chirurgia, sembra perfetta, almeno in apparenza.
In pochi sanno che dietro quell'impeccabile facciata si nasconde il caos, in pochi conoscono il significato della parola alessitimia: incapacità di riconoscere le proprie emozioni e di comunicarle verbalmente. Letteralmente, non avere parole per le emozioni.

La vita di Eric Dixon, professore universitario di arte con un passato da pugile alle spalle, viene improvvisamente sconvolta quando la fidanzata lo lascia per un altro uomo, e in un attimo Eric si ritrova a dubitare delle proprie certezze e delle proprie scelte.

Quando Eric e Rose si incontrano, tra loro scatta subito un'innegabile intesa, ma a causa delle loro paure e delle loro insicurezze i due non fanno che attrarsi e respingersi a vicenda. Solo dopo aver toccato il fondo, entrambi si rendono conto che è arrivato il momento di mettere ordine nelle rispettive vite e di fare pace con il passato prima di poter pensare al futuro.
Ma il passato ritorna, ed è ancora capace di mettere tutto in discussione…

L'autrice

caruso

Elle Caruso è nata nel 1991 a Cosenza, città dove vive attualmente. È laureata in Economia e sin da adolescente è appassionata di scrittura e di arte. È autrice di tre romanzi, Attraverso l'obiettivo (2015), Emerald Gloom (2016) e Il dizionario delle emozioni (2017).

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Il dizionario delle emozioni è un romanzo rosa particolare, che oltre alle dinamiche di una comune storia d'amore, mette in risalto l’aspetto psicologico dei protagonisti. Ci è piaciuto molto il racconto alternato della vicenda da entrambi i loro punti di vista, che consente al lettore di investigare i diversi stati d'animo che investono i due personaggi nella medesima situazione.

L'autrice è stata poi brava ad inserire, in un genere che spesso si ripete, un elemento nuovo come l'alessitimia di cui soffre la protagonista. E lo fa particolarmente bene, trasformandolo in un motivo in più per leggere il suo romanzo.

La fluidità della scrittura guida piacevolmente il lettore lungo una storia che spesso sembra perdere le tinte rosa per diventare un romanzo di formazione. E lo fa senza mai appesantirsi, nonostante alcune situazioni drammatiche. Lettura consigliata per tutti: l'amore è una tematica che non può essere relegata a classi di età o di genere, e questo romanzo ne è un esempio concreto.


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