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Io sono Nina

Storia di una demenza senile

Gabriella Mazzon Venturati

1

"Mi porterebbe a casa, adesso?" chiede mia madre. Mi dà del lei, non ha idea di chi io sia.

Siamo sul divano a leggere, io un e-book, lei la sua rivista.

"Guardati intorno, sei già casa, mamma" le dico e lei pronta obbedisce, come avesse acquisito un'inconscia consapevolezza che di quella sua mente non può più fidarsi e che le cose che pensa vanno verificate.

Volenterosa volta il capo a destra e sinistra ma la credenza, il tavolo, le sedie, le tende che lei stessa ha scelto, questo stesso luogo in cui ha trascorso gli ultimi sessant'anni non le dicono più nulla.

Glielo si legge in volto questa mancanza di familiare, come se tutto le fosse diventato estraneo, come se qualcuno ne avesse estirpato i ricordi lasciando solo un involucro svuotato a lei indifferente.

Eppure in questa landa desolata cui a volte assomiglia la sua mente, la mia richiesta ha fatto presa e lei, in qualche modo, avverte che le si impone una risposta. E allora fa quello che già altre volte le ho visto fare; non sapendo cosa dire si trae d'impaccio ripiegandosi su di sé e tornando alla stessa pagina di quella stessa rivista che legge infinite volte.

Attendo. Non ho motivo di farmi prendere dallo sconforto perché mia madre non mi ha riconosciuto. S'impara. Lentamente ma s'impara. Occorre muoversi, in questo suo vivere di istanti, in modo sinuoso, senza lasciare spazio al turbamento. Ciò che si impara è che quanto si è raccolto in quel preciso momento non sarà uguale a quanto si raccoglierà di lì a poco.

Faccio trascorrere alcuni minuti, mi volto ancora verso di lei e chiedo "Chi sono io?"

Alza lo sguardo dalla pagina, mi guarda con un cipiglio offeso "Mia figlia, vuoi che non lo sappia?"

Come siamo giunti fino a qui? Per gradi, direi. Un abbrivio lento che si è fatto sempre più intenso. Molto prima del tumore al colon è arrivata la demenza. Siamo già al punto della massima velocità? Non so dirlo. Ciò che so è che l'esito di questa corsa non può che essere un totale e completo deragliamento.

2

Mio fratello è venuto a farci visita. Si è preoccupato che abbia quanto mi serve, si è offerto di sostituirmi se avessi bisogno di uscire. Lei non può più rimanere da sola e io sono tornata qui, nella casa in cui sono cresciuta, per sostituire per un mese la badante tornata al suo paese.

Mia sorella, ieri, si è preoccupata e offerta allo stesso modo. Ci sentiamo in qualche modo più vicini di quanto non lo siamo mai stati, come se la triade, vecchiaia, demenza, malattia abbia rinsaldato un legame rimasto sopito da sempre.

Per anni impegnati ciascuno a condurre le proprie vite, ci siamo riuniti ora per condurre la sua.

Lui ha qualche anno più di me, i capelli gli si sono fatti più radi, più bianchi, ma conserva il suo fisico asciutto. Parliamo al tavolo di cucina, mentre nostra madre, al solito, è seduta sul divano a leggere la sua rivista.

Non sembra interessarsi ai nostri discorsi, del resto anche noi facciamo fatica, abituati come non siamo a parlarci, e infarciamo questo incontro di profondi silenzi. È in uno di questi momenti – in cui senza imbarazzo giriamo il caffè nella tazzina per avere qualcosa da fare, qualcosa da guardare, privati come siamo di qualcosa da dire – che lei alza lo sguardo per chiedere "Lui è un tuo amico?"

"Ma, no, mamma" risponde con un sorriso tirato mio fratello, "Sono tuo figlio".

Lei allora lo guarda con attenzione, serra appena le palpebre come per lo sforzo di un pensiero, poi si rilassa, abbandona le spalle allo schienale del divano e, prima di tornare alle sue pagine, replica piccata "Figuriamoci se ho un figlio così vecchio!"

"Figuriamoci" replica lui tristemente non risentito per quella mancanza di riconoscimento, per quell'indecifrabile nulla nel quale vaghiamo "Una giovincella come te"

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Io sono Nina

Storia di una demenza senile

Gabriella Mazzon Venturati

io sono nina
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"Mi porterebbe a casa, adesso?" chiede mia madre.
Mi dà del lei, non ha idea di chi io sia.

Le prime due righe del romanzo ci portano immediatamente al centro della questione della demenza: la perdita di ciò che ci è più caro la nostra identità, la nostra storia.

Nina è un'anziana madre che si trova nella fase conclusiva della sua demenza senile quando, per l'improvvisa assenza della badante, la figlia si trasferisce nella sua casa d'infanzia per starle accanto.
È lì, nel luogo in cui è cresciuta e che la madre non riconosce più, che inizia a confrontarsi con il suo stesso ruolo di 'figlia' ormai privo di significato, con la disattenzione del passato, con il senso da dare alla vita se questa è così incline a farsi spazzare via e con la chiara percezione dell'emarginazione in cui la madre vive, isolata com'è in un mondo che non riconosce, circondata da luoghi e persone a lei ora totalmente estranei.

Un'esperienza raccontata a cuore aperto dove la figlia costruisce un viaggio in cui si trova a riflettere su come intendiamo la disabilità e la non autosufficienza, sull'indifferenza e la superficialità, se non, peggio ancora, la violenza con cui trattiamo i nostri anziani. E poi la relazione, non sempre facile, con operatori sanitari e medici.

Ma anche in una storia come questa, dove tutto sembra già scritto, c'è qualcosa da imparare: un altro rapporto con il tempo, la calma, la lentezza. La lezione di vita che ci impartisce è la capacità di vivere il presente e di apprezzare le piccole cose. Ed è questo nuovo sguardo l'eredità più grande che una persona affetta da demenza può lasciare dietro di sé.

L'autrice

mazzon venturati

Gabriella Mazzon Venturati nata da Abano Terme, vive e lavora nel milanese.
Da anni si occupa di comunicazione d'impresa online-offline in ambito Information Tecnology e industriale.
È stata giornalista pubblicista scrivendo per testate giornalistiche locali, mentre oggi pubblica articoli tecnici su riviste specializzate industriali a livello nazionale. Con suo marito ha creato e gestisce il blog scrical.it in cui racconta delle loro incursioni in giro per il mondo. Una di questa è diventata il diario di viaggio "Viaggio in Alaska".

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Grabriella Mazzon Venturati ha uno stile asciutto, semplice e rapido, molto forte e crudo nella scelta delle parole, che colpisce l'attenzione e il cuore del lettore, e scuote la sua sensibilità, non sempre in modo piacevole, ma sicuramente con incisività.

Il percorso che la protagonista fa insieme alla sua famiglia durante il periodo della malattia della madre è seguito passo passo: i personaggi sono narrati con uno scavo psicologico molto approfondito, le situazioni vissute con empatia e emotività.

Un libro di grande profondità psicologica: una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla vecchiaia e sulla malattia. Forte e sconvolgente come tutto ciò che ci mette di fronte alle nostre paure, alle proiezioni, alle rimozioni, a tutti quei meccanismi di difesa che mettiamo in atto per salvarci da realtà che non vogliamo ammettere.


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