costruire un personaggio

Come creare un buon personaggio

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

Una classica domanda dell’aspirante scrittore è: come si costruisce un personaggio realistico?

Se scrivete, saprete già che allineare una serie di elementi e caratteristiche sotto a un nome non farà di quest’ultimo un personaggio.

Eppure un’opinione diffusa (e a mio parere erronea) è che innanzitutto occorra stilare un elenco di elementi tipici del personaggio da tenere sempre sotto gli occhi, così, quando occorrerà farlo entrare in scena, avremo già presente il tipo di “persona” che lui è. Scrivere così però conduce a dare ben presto una descrizione caratteriale del nuovo arrivato, metodo abbastanza scarso in quanto a risultati.

Nella realtà, quando noi conosciamo qualcuno, non abbiamo un elenco delle sue caratteristiche, ma riceviamo un insieme di sensazioni che ci vengono proiettate dal nuovo arrivato. Un romanzo, dunque, poiché lo riteniamo ben scritto quando imita le percezioni reali, deve cercare di suscitare nel lettore la medesima sensazione.

Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Se da un punto di vista fisico è inevitabile fare una descrizione elencandone gli elementi (tipo di viso, occhi, colore dei capelli, ecc.), è però evidente a chiunque che non sono queste le caratteristiche che rendono “vivo” il protagonista di un racconto, proprio perché non sono esse a rendere viva una persona reale.

Ciò che rende un essere umano davvero percepibile, e che ci colpisce, è invece la sua personalità.

La personalità crea però molti problemi nella scrittura.

Essa non è descrivibile con un elenco netto come si può fare con un viso, e se si tenta comunque un simile lavoro, ciò che si otterrà sarà appunto un semplice schema del personaggio che avevamo in testa, ma non una figura che appaia realistica.

Come creare un personaggio efficace?

In realtà un personaggio sino a quando è solo, lo si può descrivere quanto si vuole, ma rimarrà sempre un manichino abbastanza inconsistente. Possiamo ripetere quanto vogliamo che “era molto antipatico”, ma il lettore non proverà alcuna emozione nei suoi confronti sino a quando queste rimarranno semplici parole.

Un personaggio prende vita quando invece entra in relazione con gli altri personaggi. Il famoso “show don’t tell” si esprime in buona parte proprio in questo argomento. Come narratori, non dobbiamo mai spiegare al lettore quello che il personaggio è, ma dobbiamo mostrargli come agisce con gli altri, come parla, quali scelte fa, affinché il lettore con i propri mezzi possa dedurre da ciò il suo carattere (lo schemino dietro il “manichino”, appunto).

Questo concetto però non deve neanche condurre al suo opposto.

“Mostrare” ogni scena non è necessariamente sinonimo di un romanzo dai personaggi avvincenti. Esistono migliaia di romanzi tutta azione in cui i protagonisti sono piatti come fogli di carta, pur relazionandosi con continui problemi.

Per capire quanto il proprio personaggio sia vitale dunque non è sufficiente farlo immergere in una trama, ma occorre valutare come sa relazionarsi con altri “esseri umani”.

Un esercizio ottimo per comprendere se i protagonisti dei nostri racconti sono profondi consiste nell’immaginarli chiusi in una stanza. Possono stare a coppie, oppure in tre o in quattro, ma non da soli, e mai tutti insieme. L’importante è che ognuno possa dire la sua.

Nella stanza non deve accadere nulla: ci sono solo quattro muri bianchi e una porta. Non ci sono misteri, non ci sono enigmi, né niente che possa essere interessante. Immaginateli, insomma, in una sala d’attesa.

Ora potrete cominciare l’esercizio vero e proprio: domandatevi: questi personaggi parlerebbero tra loro? Discuterebbero? Cosa si direbbero? Creerebbero situazioni interessanti?

Se la risposta è sì, se loro potranno creare spontaneamente dei discorsi, allora questo significa che avete cominciato a generarli nel modo giusto e, appunto, loro sanno già relazionarsi senza aver bisogno di eventi particolari, dunque sono tridimensionali e vitali.

Se, al contrario, la risposta è no, se dovete forzargli un argomento altrimenti questi soggetti non dicono nulla oltre le banalità sul tempo atmosferico, allora è il caso di lavorarci ancora; in tal caso significa che costoro, al di fuori della trama, sono piatti e inutili, e dunque, sono nomi che funzionano solo all’interno della vicenda del vostro romanzo, ma che non hanno un’identità propria.

Un ulteriore passo avanti nella descrizione dei personaggi lo si fa anche quando si impara a gestire la differenza che intercorre tra la loro presentazione e il loro effettivo relazionarsi.

Se leggete un qualsiasi romanzo di Dostoevskij noterete che egli fa un semplicissimo gioco ogni volta che manda in scena un nuovo “attore”. Innanzitutto lo presenta, o per bocca del narratore o (molto più spesso) tramite le parole di un altro personaggio, dandone una semplice definizione che potrebbe apparire simile a quella dello “schemino” di cui parlavo all’inizio dell’articolo. Ad esempio dice: il personaggio X è una persona maleducata e violenta.

Quando il lettore si è fatto così una certa idea semplicistica di X, l’autore manda in scena proprio X, ma lo fa comportare nella maniera esattamente opposta a quella che ci si aspettava: X è educatissimo e dolce. A questo punto però non si ha più davanti una marionetta, ma il personaggio che si relaziona e agisce. Nessuno vi dice che lui è “educato”, bensì voi lo “vedete” parlare e agire in modo educato.

Andando avanti nel romanzo, molto spesso Dostoevskij, quando ormai è certo che il lettore si è cementificato in questa nuova convinzione, gliela rovescia nuovamente, mostrando X in un comportamento nuovo, coerente in qualche modo con quelli mantenuti all’inizio, ma stavolta maleducati e disonesti; e così via, in continue oscillazioni, costringendoci a inseguire il personaggio ogni volta che crediamo di averlo afferrato.

Questo “trucco” suscita una sensazione incredibilmente simile a quella che viviamo nella realtà e, per tale ragione, se gestito con maestria, crea i risultati migliori. Nelle nostre vite infatti noi conosciamo le persone partendo da dei preconcetti, ma questi vengono continuamente rovesciati, poiché ogni essere umano è ben più complicato di una semplice definizione come “maleducato” o “dolce”; le persone perciò oscillano costantemente e occorre moltissimo tempo per arrivare a comprenderle (sempre se lo si possa fare davvero).

Sulla pagina bianca non si hanno anni per far percepire al lettore queste oscillazioni, ma sfruttando simili tecniche nel modo giusto potremo illudere il lettore con sensazioni simili, portandolo in una specie di confusione che lo costringerà a mantenere sempre l’attenzione altissima per capire cosa si cela nella mente del personaggio.

Naturalmente gestire con piena bravura tutto ciò non è facile. Rendere coerente un personaggio che viene definito come un “antipatico” e poi si rivela dolcissimo è molto difficile, poiché se non si è davvero bravi il lettore penserà ben presto che chi ha scritto il libro si è semplicemente sbagliato, oppure che tutti i personaggi del romanzo sono pazzi, o, ancora peggio, che l’autore non sappia mantenere un carattere fisso per le sue creature; come sempre, però, con l’esercizio continuo della scrittura e della lettura, si migliora anche (e soprattutto) in questo.

Dopo centinaia di racconti brutti e buttati, scoprirete un bel giorno che avete cominciato a ingranare la marcia giusta e i personaggi vi usciranno sempre più spontaneamente sotto la penna.

Come sempre, occorre solo infinita pazienza.

One thought on “Come creare un buon personaggio

  • Virginia

    MOLTO interessante!!!

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