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Self publishing: cosa ne sa l’editoria tradizionale?

Sabato 10 dicembre siamo stati all’incontro “Il mercato del self publishing in Italia”, organizzato dall’AIE all’interno della rassegna Più libri più liberi.

Si è trattato di un appuntamento importante per il self publishing italiano: per la prima volta, infatti, l’Associazione Italiana degli Editori si è interessata ufficialmente al fenomeno, promuovendo una ricerca che, seppur parziale, prova a fornire dei dati su questo settore.

Ne sono emersi dati interessanti, che però non saranno trattati in questo articolo (per chi volesse approfondirli qui il comunicato stampa ufficiale). Ad attrarre l’attenzione di chi scrive, infatti, è stato un altro argomento: la poca conoscenza, reciproca, che ancora persiste tra il “mondo self” e il mondo dell’editoria tradizionale.

Della poca confidenza con l’editoria tradizionale e i suoi meccanismi da parte di moltissimi autori self, ci occuperemo magari in un altro post. In questa sede, mi preme sottolineare la parte inversa.

Sebbene l’incontro fosse organizzato dall’AIE, cioè l’ente massimo nel mondo editoriale italiano, il quadro emerso dalle parole degli appartenenti all’editoria tradizionale è di una sostanziale ignoranza – sia detto senza alcun intento offensivo – delle dinamiche proprie del self publishing. Ignoranza che è causa dello scollegamento quasi totale tra le case editrici tradizionali e il mondo degli autori che pubblicano un libro in autonomia, e che determina una convinta alzata di barricate contro questo fenomeno: una contrapposizione noi contro loro che non giova a nessuno, tanto meno alla disastrata situazione dell’editoria italiana nel suo complesso.

Nel dettaglio, sono tre i punti su cui i suddetti rappresentanti dell’editoria tradizionale hanno dimostrato poca dimestichezza con l’argomento:

1) Il self publishing non è solo digitale

Nel raccontare una sua esperienza con un self publisher, un editore ha spiegato come l’autore si sia “autopubblicato l’ebook, ma [abbia] stampato le copie cartacee che ha fornito solo ad Amazon per la vendita sul sito.”

Ora, che un autore stampi in proprio il suo libro per fornirlo poi a uno store online, suona perlomeno strano. Parlando di Amazon, è più sensato pensare che l’autore abbia pubblicato in formato ebook utilizzando Kindle Direct Publishing, e in formato cartaceo attraverso Createspace. L’editore in questione sembra ignorare completamente la possibilità di stampare il proprio libro cartaceo utilizzando piattaforme di print-on-demand. D’altra parte, non è un errore così inconsueto pensare che il self publishing esista esclusivamente nella dimensione digitale: l’assenza nelle librerie di libri cartacei autopubblicati coopera sicuramente alla diffusione di questo equivoco.

2) Nel self publishing non c’è il vincolo di un contratto editoriale

Durante il dibattito si è toccata anche la questione del trattamento fiscale dei redditi derivanti dalla vendita di opere autopubblicate: non è chiaro, dice un editore, “se ciò che una piattaforma come (ad esempio) Ilmiolibro indica come premio si debba considerare come diritto d’autore o cos’altro, e come vada dichiarato.”

firma-contrattoLa risposta arriva immediatamente dagli esponenti self presenti in sala: queste piattaforme forniscono semplicemente dei servizi agli autori, e glieli fatturano. La differenza tra il ricavo dalla vendita e il costo di questi servizi è il guadagno dell’autore, che dovrà essere dichiarato secondo la normativa vigente.

Non conoscere nel dettaglio come funzioni questa dichiarazione non è certo una colpa per chi non ne è coinvolto in prima persona, ma il punto qui è un altro: non si è ancora compreso che, in questo settore, non esiste lo scambio autore-editore, sancito dal contratto di edizione, attraverso cui lo scrittore cede i suoi diritti di sfruttamento economico dell’opera in cambio di una percentuale sui ricavi dalle vendite (ed è questa percentuale che viene comunemente chiamata, per semplicità, diritto d’autore). Nel self publishing i ricavi dell’autore sono royalties intese come redditi derivanti da opere di ingegno e non in quanto percentuale dovuta dall’editore come diritti di sfruttamento: in sostanza si tratta di guadagni al netto di quanto l’autore deve alla piattaforma per i servizi di print-on-demand o di produzione e commercializzazione di ebook.

Quando Amazon, attraverso Kindle Direct Publishing, dice: tu, autore, puoi ottenere, a seconda delle opzioni che sceglierai, le royalties al 35 o al 70 per cento sul prezzo di vendita, nel concreto sta dicendo: ciò che noi ci terremo per ripagarci delle spese di produzione, gestione e commercializzazione del tuo ebook e garantirci un guadagno consisterà, a seconda delle opzioni che sceglierai, nel 65 o nel 30 per cento del prezzo di vendita.

Se, in linea pratica, per l’autore cambia poco, (l’importante è che l’assegno, o il bonifico, arrivi, e quanto più sostanzioso possibile!) sarebbe invece il caso che i lavoratori e gli esperti del settore capissero finalmente che Amazon, Lulu, Youcanprint e simili non sono editori: nel self publishing l’autore è l’editore di se stesso.

3) Con il self publishing non si cedono i diritti d’autore

A margine dell’incontro, alcuni esponenti del “mondo tradizionale”, hanno ribadito il concetto di cui sopra: esistono problematiche ancora non risolte, o poco chiare, riguardanti il self publishing. Ad esempio “se io autore self voglio far tradurre la mia opera, con chi devo trattare la gestione di questo diritto? Con Amazon?”

Chiariamo quindi anche questo punto: nel self publishing l’autore permane sempre in possesso di tutti i suoi diritti, tanto quelli morali (inalienabili sempre) che quelli di sfruttamento economico della propria opera. L’autore si appoggia a una o più piattaforme che offrono servizi di stampa e/o produzione digitale del libro, senza cedere mai a queste alcun diritto sulla propria opera. Paga semplicemente la piattaforma scelta per i servizi ricevuti, secondo quanto previsto dalla piattaforma stessa: attraverso una percentuale sul prezzo di copertina, oppure con un esborso diretto al momento della stampa o della produzione dell’ebook, o con un sistema misto.

Esattamente come è successo per secoli con gli autori che si pubblicavano a proprie spese i libri (e gli esempi sono numerosissimi, e alcuni particolarmente significativi), pagando uno stampatore e poi occupandosi direttamente della vendita, ora succede con il self publishing. Solamente, questo processo è stato adattato ai tempi in cui viviamo: l’era di Internet e del digitale.

Sebbene quindi l’incontro di Roma abbia rappresentato un primo passo ufficiale dell’editoria tradizionale verso il self publishing, i due mondi sembrano ancora lontani, come queste profonde lacune dimostrano. E tu, hai sperimentato direttamente queste divergenze?

4 thoughts on “Self publishing: cosa ne sa l’editoria tradizionale?

  • Sonia Lombardo

    Però mi chiedo perché mai questi due mondi dovrebbero poi avvicinarsi? Sta agli autori sui meccanismi dell’uno e dell’altro per poi scegliere quale percorso intraprendere. Da quello che ho letto sull’incontro, agli editori interessa solo fare un po’ di scouting tra gli autopubblicati, così da mettere sotto contratto scrittori che hanno già un loro pubblico. Del resto poi che gli frega?

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  • Sonia Lombardo

    “Sta agli autori informarsi”, scusate mi sono persa una parola 🙂

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  • Francesco

    Ciao Sonia.
    Io vedo l’editoria “tradizionale” e il self publishing come due parti complementari, e non in lotta tra loro (la “lotta”, semmai, è tra i singoli libri, che siano pubblicati da una CE o autopubblicati da un autore self), e credo che una maggior conoscenza reciproca possa portare, all’una e all’altra parte, solamente dei benefici. Soprattutto, da una “politica” di avvicinamento, e non di contrasto, credo possano trarre i maggiori vantaggi gli autori: solamente attraverso una conoscenza diffusa dei meccanismi che sottostanno alla pubblicazione con una casa editrice tradizionale e a quelli che invece regolano l’autopubblicazione gli autori potranno scegliere con cognizione di causa la propria strada.
    La situazione, ad oggi, mi sembra compromessa dall’esistenza di due blocchi: da una parte gli editori che considerano ancora il self publishing come una fabbrica di immondizia, buona al massimo per pescare, come dici tu, l’autore che ha già un proprio seguito; dall’altra parte, gli scrittori che hanno scelto l’autopubblicazione in seguito a cattive esperienze con case editrici poco serie. Questi due blocchi sono animati da un antagonismo profondo verso la parte opposta, e contribuiscono a diffondere informazioni scorrette o incomplete a chi, invece, ha bisogno di indicazioni precise e imparziali: gli autori (o aspiranti tali), e i lettori.
    Ecco perché credo che un avvicinamento sia auspicabile: per permettere alle figure più deboli e disorientate di scegliere al meglio.
    Già esistono case editrici, anche piccole o piccolissime, che pubblicano titoli self scegliendoli per la loro qualità, così come esistono scrittori che hanno la fortuna (e l’abilità, evidentemente) di pubblicare sia in modo tradizionale sia in self publishing: sono esempi, pochi ancora, di come questi due versanti possano in realtà comunicare con profitto reciproco.

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    • Sonia Lombardo

      Non sono proprio convintissima, ma almeno si sono seduti allo stesso tavolo… è già un passo avanti e staremo a vedere

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