intervista

Quattro chiacchiere con Isabel Giustiniani

Oggi abbiamo intervistato Isabel Giustiniani, autrice capace che sa creare nei sui libri atmosfere suggestive, fondendo realtà storica e fantasia, e generi narrativi differenti. Proprio come nel romanzo che abbiamo selezionato “L’ombra del Serpente“, un testo in bilico tra fantasy, storico e thriller.

Qual è stata la “scintilla” da cui è nato il tuo libro?

La prima idea de L’ombra del Serpente è scaturita qualche anno fa, proprio nel 2011, anno in cui è ambientata la parte contemporanea della storia narrata nel romanzo. Seguendo le notizie ai telegiornali, sono rimasta molto colpita dai furti subiti dal Museo Archeologico del Cairo durante la cosiddetta “primavera araba” nel gennaio/febbraio di quell’anno. I ladri avevano ignorato tutte le sale del museo per dirigersi solo alla zona riservata al faraone Tutankhamon. E se stessero cercando qualcosa in particolare? – mi sono chiesta, quasi per gioco. Da qui è nata l’idea di scrivere un thriller attorno a questo fatto di cronaca. La stesura vera e propria, invece, è iniziata solo anni più tardi quando ha preso forma il progetto di una trama più complessa che contemplasse anche vari eventi del passato che, da appassionata di Storia quale sono, avevo piacere di raccontare.

Quali sono i tuoi segreti per scrivere un libro di qualità?

Il mio consiglio è di leggere esclusivamente libri di qualità. Può sembrare un’affermazione di una banalità disarmante, ma racchiude in sé ogni segreto sulla buona scrittura. Abbiamo un potente alleato in noi (o altresì un terribile nemico, a seconda dei casi) che è il nostro subconscio. È necessario nutrire il cervello con la bellezza, la capacità, il talento e la bravura altrui se vogliamo che il subconscio ci guidi verso i medesimi sentieri. Ogni parola, ogni frase che diciamo traccia nel cervello un percorso neuronale che si rafforza tanto maggiormente quanto questo viene usato (è il medesimo meccanismo dei ricordi e dei sogni). Se, per esempio, ripetiamo fino allo sfinimento una parola grammaticalmente sbagliata, si formerà nella nostra mente un collegamento neuronale ad essa associato, magari dello stesso livello o perfino superiore a quello della parola corretta, tanto che la mente cercherà di riproporlo per primo nel momento in cui si richiama quel termine. A livello cosciente noi sappiamo bene qual è la parola giusta, ma per il nostro subconscio i due termini avranno lo stesso “peso”, con il risultato di scrivere una sciocchezza quando meno ce l’aspettiamo. Lo stesso principio vale per i libri e la scrittura.

Se noi leggiamo testi di bassa qualità, la nostra mente immagazzinerà quegli input e tenderà a riproporre tali modelli di scrittura, a dispetto di quanto ne pensiamo nella nostra forma “vigile”. Ricordo che quando ero ragazza portavo a termine la lettura di qualsiasi testo avessi iniziato, anche a costo di farmi violenza. Consideravo infatti una sconfitta inaccettabile desistere da qualcosa che avevo intrapreso. Col tempo, per fortuna, mi sono ravveduta e ho affinato un istinto di “autodifesa”: se mi trovo davanti a un romanzo mal scritto, o con personaggi non credibili, dialoghi pietosi, e chi più ne ha e più ne metta, lo cestino all’istante senza remore e con buona pace per la storia, il messaggio recondito, la passione dell’autore nell’averla scritta, la sua fama, o altro. Oltre all’enorme patrimonio letterario mondiale già esistente, nella sola Italia vengono pubblicati più di 200 libri al giorno. Non so quante vite ci vorrebbero per leggere tutto: abbiamo quindi ampiamente la possibilità – e ce la meritiamo, aggiungo – di prediligere buone letture che ci consentano di crescere sotto tutti gli aspetti.

Perché hai scelto di pubblicare in Self Publishing?

Per me il Self Publishing è stato amore a prima vista. L’ho osservato muovere i primi passi in Italia all’inizio di questo decennio, ho studiato con attenzione quello più maturo americano e, curiosamente, l’ho conosciuto nelle sue peculiarità prima ancora di apprendere dell’esistenza di quell’assurdo fenomeno chiamato “Editoria a pagamento” (espressione di un’editoria malata che, ancora oggi, mi stupisco vi sia qualcuno che la sovrappone e confonde con il Self Publishing).

Self Publishing è Autoeditoria a tutti gli effetti, significa farsi carico delle attività che in genere vengono demandate a una casa editrice: dall’editing alla grafica fino alla distribuzione e marketing. Il che non significa che ogni scrittore sia costretto a reinventarsi novello Mandrake eccellendo in ogni competenza, ma semplicemente che abbia il controllo di tutto il processo di pubblicazione avvalendosi di figure professionali esterne ove necessario. È certo innegabile che esistano persone che caricano negli store di vendita prodotti “caserecci” di scarsa qualità e/o considerino il Self una sorta di ripiego alle porte chiuse in faccia da parte delle case editrici, ma la maggior parte degli autori indipendenti si muove come un imprenditore con una buona conoscenza del mercato editoriale, ben consapevole che autopubblicare è un progetto-investimento sulla propria produzione letteraria, sulla ricerca costante di miglioramento, e presuppone il coinvolgimento di servizi e professionalità adeguate (grafici ed editor in primis).

Personalmente ho il massimo rispetto delle case editrici serie che svolgono il loro lavoro con passione e competenza, ma ho sempre saputo che avrei imboccato la strada dell’autopubblicazione, da prima ancora di riempire il primo foglio Word. E il tutto può essere riassunto in una sola parola: indipendenza.

Perché ti sei candidato alla selezione di Extravergine d’Autore?

Conoscevo Extravergine d’Autore e la sua lodevole iniziativa da un po’ di tempo ma, devo ammettere, non avevo mai approfondito. Avevo in seguito notato con piacere nella sua vetrina la presenza di un paio di autori di mia conoscenza e nei confronti dei quali nutro la massima stima per le loro capacità narrative. Ma, e galeotto fu Facebook, quello che mi fece propendere per la candidatura fu l’imbattermi in una discussione nel suddetto social da parte del fondatore Michel Franzoso il quale, con professionalità, rispondeva alle domande di alcuni autori illustrando nel dettaglio le finalità di EVA. Ebbi conferma, anche dalle frecciate piccate di alcuni esclusi, come la selezione fatta dall’associazione fosse reale, onesta, professionale e, come si suol dire, “a maglie strette”. Decisi quindi di proporre il mio romanzo L’ombra del Serpente, innanzitutto per avere una valutazione attenta e obiettiva dello stesso.

Ritengo che un tale progetto di valutazione delle opere Self sia innovativo e prezioso nel panorama dell’autopubblicazione e che, grazie anche alle nuove iniziative per lettori e autori che vedo via via venir poste in essere, possa diventare sempre più un punto di riferimento per quanti scelgono la qualità come base negli standard di lettura e scrittura.

One thought on “Quattro chiacchiere con Isabel Giustiniani

  • Nadia Bertolani

    Intervista che va condivisa!

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