intervista

Quattro chiacchiere con Lisa Molaro

Ecco una nuova intervista a uno dei nostri autori selezionati.

Oggi risponde alle nostre domande Lisa Molaro, che ci racconta come l’amore per la famiglia e le cose semplici possa sfociare nella passione per la scrittura, e come le emozioni, come quelle del suo “Un secondo lungo una vita” siano il grande motore del mondo.

Parlaci di te: com’è nata la passione per la scrittura?

Parlare di me…

Io sono le mie passioni.  Prima di amare la scrittura, ho amato la calligrafia… o forse no: prima ho amato la scrittura e poi la calligrafia. Non so decidermi, ero talmente piccola che la cronologia dei ricordi si sfuma. Di certo ho sempre chiacchierato tanto quanto scrivevo. I miei pensierini erano proprio pensieri. Ora sorrido. Sorridevo meno quando mio padre, controllandomi la sera i quaderni su cui facevo i compiti delle elementari, se trovava una cancellatura fatta con la penna, uno scarabocchio, una lettera disarmonica… ecco… sorridevo meno udendo il rumore secco del foglio stracciato. La pagina era tutta da riscrivere in bella grafia. Ora sorrido, ringraziandolo. Ora che sono calligrafa, che scrivo in gotico o in onciale. Le passioni nascono con noi, poi gli eventi della vita e l’ascolto continuo di ciò che attorno a noi avviene, si fanno chiave musicale che ne segna il punto di partenza. Ho sempre scritto. Da piccola all’interno di diari talmente preziosi da dover venir  chiusi con il lucchetto dorato e di cui nascondere la minuscola chiavetta. Ricordo ancora il mio “primo diario”. Aveva l’esterno morbido, gommato, rosa cipria; una bellissima principessa, dai lunghi capelli dorati, troneggiava  in copertina detenendo, assieme a me, i diritti delle mie confidenze. Scrivevo con penne colorate e disegnavo cuori e fiori a profusione. Poi sono arrivate le “Smemo” e le “Moleskine” nere o rosse, a seconda di cosa dovessero contenere: nere le agende e rossi i quaderni.  Da adolescente avevo delle amiche di penna con cui scambiavo fittissime lettere che arrivavano, o partivano, a cadenza regolare. Conservo ancora tutte queste lettere. Al loro interno c’erano speranze di amori freschi, dal profumo di primavera. Filosofia… un carteggio, in particolare, ne è pieno. Domande sul futuro, analisi del presente (che ora dovrebbe essere passato) e parole… parole… parole a pioggia. Con le parole, scrivendo, ci si sentiva grandi! Animi romantici che conoscevano le soluzioni a tutto! Sorrido. Cosa c’è di più bello?  Come si può non amare la scrittura? Sono terminate le corrispondenze cartacee di allora, i temi si sono sviluppati sempre più.  Il tempo ha dilatato il foglio bianco su cui scrivere.  In aula, l’insegnante, legge ad alta voce un tuo scritto. Le mani applaudono. Le tue guance diventano rosse… la tua faccia intera diventa fuoco… ma il tuo cuore, comodamente nascosto, gongola.

L’inchiostro passa dal liquido ferro-gallico a quello elettrosensibile, alternandosi in balletti dal ritmo mai uguale. Scrivere è sviscerare ciò che si ha dentro. Amo scrivere, si vede anche dalla smisurata quantità di parole con cui sto rispondendo a questa semplice domanda. Sono prolissa e nelle digressioni affondo.

Riassumiamo.

Com’è nata la passione per la scrittura? Non lo so, forse è nata giocando con le sillabe, forse ho avuto ottimi insegnanti che mi hanno saputa “catturare” fin dall’asilo. Oppure ho avuto ottimi genitori che leggevano quello che io scrivevo e che mi hanno trasmesso la primaria passione per la lettura. Forse quelle favole che mi facevano sognare, le volevo scrivere io! Davvero, come è nata non lo so… ma so di averla sempre avuta. Ed è già qualche cosa…

Quali sono i tuoi segreti per scrivere un libro di qualità?

Tanti segreti che seguono il principale: metterci il cuore.

Se non stiamo scrivendo un saggio, l’anima di chi scrive deve trasparire, i dettagli del contesto si devono colorare, il bianco e nero dell’inchiostro di word (nel mio caso) devono servire per colorare le pagine da riempire. L’emozione, se si prova scrivendo, traspare. Io non posso giudicare la qualità del mio libro, non sarei obiettiva. Posso dire però che mi sono divertita ed ho pianto lacrime salate, tangibili e reali, mentre scrivevo. Amo descrivere tutto, in certi casi anche il ricamo sulla tendina può aver motivo di nomina, può far trasparire la personalità di chi abita nella casa “di carta” di cui narro. Se i film vengono tratti dai libri, un motivo ci sarà? Uno dei protagonisti del mio libro, non ha nome nonostante sia, a mio parere, il più importante. Creare delle attese, andare avanti e indietro nella trama, creare ritmo anche quando ritmo non c’è. Fare in modo che il lettore possa sentirsi tuo amico, mentre legge ciò di cui hai scritto. E studiare, studiare tanto. Sono stata quasi un anno per scrivere 160 pagine. Ammiro chi riesce a scrivere un buon libro in pochi giorni, io però non ci riesco. Ho bisogno di fare ricerche durante la stesura; ho bisogno di foto, di nozioni, di chiacchiere e di confessioni, già, perché è dal quotidiano che si trae ispirazione maggiore. Dall’ascolto continuo, a cuore aperto.

E leggersi, rileggersi e ancora rileggersi, senza paura ma dandosi un limite. Ogni volta trovo qualche cosa da cambiare, da migliorare, da cancellare. Mai la prima stesura è quella giusta.  Una volta terminato il libro, l’ho lasciato decantare per venti giorni, non ho aperto il file, non ci ho mai sbirciato. L’ho messo in ferie. Poi l’ho ripreso ed ho ricominciato a leggermelo più volte finché non diventava quasi un atto ossessivo- compulsivo. Bisogna darsi un limite, come dicevo prima. Bisogna limitare anche l’insicurezza. Altrettanto importante è affidarsi all’opinione di lettori beta, che prediligo scegliere da ambienti diversi. Editor, articolisti, amiche con la passione per la lettura, amiche del quotidiano in 3D. Quando scrivi, segui il flusso dei tuoi pensieri e descrivi le scene che nella tua testa vedi… ma non è detto tu riesca a farle arrivare anche agli altri e oltre agli errori che, per troppe letture a volte rischi di non vedere leggendo in automatico, non riuscire a spiegar bene un concetto rischia di compromettere un buon libro.

Consiglio inoltre il non utilizzo di termini volgari, di bestemmie o di argomenti che possono ledere la sensibilità del lettore. Personalmente mi è capitato di leggere scene troppo esplicite, su violenze ai danni di animali o persone, ho avuto serie difficoltà a proseguire… in alcuni casi ho addirittura accantonato il libro. A me lo splatter non piace, non mi suscita curiosità masochista e non risveglia in me aspetti latenti. Gli argomenti vanno trattati ed esposti, ma il “purché se ne parli” non sempre giustifica il mezzo. Scegliere le parole, cercare di essere eleganti, delicati. Ricordarsi sempre che dall’altra parte della pagina, c’è un lettore che forse non conosci, con un proprio vissuto e una propria sensibilità. Ok, questa risposta è soggettiva, me ne rendo conto da sola, io amo la letteratura classica.  L’importante è scegliere il modo con cui si vuol arrivare al lettore.

E leggere, leggere libri di generi diversi, immedesimarsi in protagonisti messi su carta da altri. Cambiare prospettive, viaggiare, avere passioni, riempirsi di emozioni da poter poi codificare. Si può viaggiare anche senza soldi, basta avere un libro da iniziare!

Perché hai scelto di pubblicare in Self Publishing?

“Un secondo lungo una vita” è il mio primo libro pubblicato. Il primo che ha visto la luce, che ha conosciuto le mie nottate illuminate dalla luce fredda del monitor acceso. Questo libro conosce il ritmo delle mie dita sulla tastiera, mentre dallo stereo uscivano note di musica classica (quando scrivo, la prediligo); ha il sapore di una calda tisana allo zenzero, mentre fuori magari piove. È mio… è il mio primo romanzo. Con lui e per lui, ho trascorso moltissime ore. In un caleidoscopio emotivo, l’ho sentito nascere. Era seme. Toccava a me, a me solo, spostargli la terra da sopra e permettergli di affacciarsi alla luce. Io dovevo scegliere l’immagine di copertina, io dovevo prepararla, io dovevo scegliere il font, io l’impaginazione, io fare la sinossi e sempre io, farmi il booktrailer. IO. Io dovevo affidarmi ai consigli delle persone competenti (che ho avuto modo di intrecciare al mio albero). Io dovevo tagliare il cordone ombelicale e liberarlo. Con gli eventuali pregi e le certe controindicazioni. Ora che è uscito e cammina da solo, se qualcuno vorrà cambiargli la copertina soffrirò meno.

Perché ti sei candidato alla selezione di Extravergine d’Autore

Come dicevo prima, abbiamo davanti un mare di libri da leggere. Molti sono eccellenti, altrettanti lo sono meno. Rispetto ad una volta, ora “basta” scrivere un libro, caricarlo su una piattaforma idonea, aspettare un po’ di minuti (forse secondi, non lo so) e mettere in vendita il proprio libro. Senza selezione, volendo anche senza consigli di terzi, anche senza rileggerselo almeno una volta. Non è detto sia sbagliato, qualcuno scrive in modo ottimo senza bisogno di correggersi…  altri sono meno fortunati.

Extravergine d’autore secondo me è un buon filtro oggettivo. Non conoscendo gli autori non è mosso da simpatie o preferenze di genere e ha una giuria competente che prende in esame i libri che gli vengono inviati. Questo mi è piaciuto. Mettersi in discussione non è mai negativo e quando l’esito è positivo, come nel mio caso, la soddisfazione è tanta!

Col senno di poi, aggiungo che la possibilità che danno agli autori di farsi conoscere, è ottima e questa intervista ne è un esempio.

Facci sapere cosa ne pensi...