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Le apparenze dell'invisibile

Chiara Montani

Lago di Garda, 29 gennaio 1706

Se l'inferno si fosse potuto dipingere, avrebbe avuto i colori di quel quadro.

Elena ne era sempre stata convinta e questa certezza non faceva che accrescere la sua avversione verso quella tela, che le aveva sempre suscitato un’irrazionale inquietudine.

Suo padre, morendo, gliel'aveva lasciata in eredità, raccomandandole di averne cura perché si trattava di un'opera di grande valore. Non le aveva mai raccontato come fosse riuscito a procurarsela, ma a quel tempo lui era uno dei pittori più pagati di Venezia e aveva i mezzi per soddisfare qualunque capriccio.

Elena però non era mai riuscita a capire perché suo padre l’ammirasse tanto. I lavori che uscivano dalle sue mani riproducevano la realtà in modo così accurato da rivaleggiare con madre natura. Nulla a che fare con quel dipinto, che pareva poco più di un abbozzo e le cui figure si distinguevano a stento, sciolte in una realtà in fiamme.

Ma non era solo questo il motivo della repulsione che Elena provava verso quel quadro. Era soprattutto la violenza che impregnava ogni singola pennellata a risvegliare in lei sensazioni difficili da controllare.

L'arroganza con cui quell'uomo si avventava su una donna inerme, minacciandola con un pugnale sguainato e la composta difesa della vittima, ormai rassegnata all’inevitabile, la toccavano troppo da vicino.

Suo marito Vincenzo, che chiaramente non condivideva la sua opinione, aveva invece voluto appendere la tela proprio nella loro camera.

Elena rabbrividì e si avvolse più stretta nello scialle. Si fermò accanto al letto in cui i suoi figli dormivano in quattro, abbracciati l’uno all'altro, e rimboccò loro la coperta. Diede uno sguardo al camino, solo per constatare che anche le ultime braci si erano spente. Di legna non ne era rimasta praticamente più. I soldati tedeschi accampati sui colli avevano bruciato tutte le viti e ogni specie di albero. Lei non sapeva perché quegli eserciti stranieri da anni continuassero le loro razzie lungo le sponde del lago. Vincenzo le aveva detto che si trattava di una guerra per la successione di Spagna, in cui la loro Magnifica Patria, la Serenissima, si era mantenuta neutrale. Però aveva aggiunto che a lei tutto questo non doveva interessare, perché non era altro che una donna e per di più stupida.

Un pianto si levò dalla culla di legno. Elena si avvicinò alla piccola, nata due mesi prima e la attaccò al seno per farla calmare. Sapeva bene però che sarebbe rimasta affamata, perché non c'era latte. Non le era mai successo con nessuno degli altri sette figli che aveva partorito, neanche con i tre che erano morti prima ancora di poter dare loro un nome.

Ma ora era diverso e lei lo sapeva bene. Quell’ultima gravidanza così sofferta e quel parto lunghissimo e straziante l’avevano lasciata completamente svuotata. Più i giorni passavano, più cresceva in lei un malessere senza nome. Dapprima aveva pensato a un maleficio, ma poi si era poco alla volta convinta che si trattasse di una precisa volontà celeste. Quello che provava non era infatti nulla di fisico, ma un languore morale, che le aveva però portato una sorta di chiarezza, come se una mano fatata le avesse strappato dagli occhi il velo della sua consueta apatia, donandole il potere di vedere la realtà per quello che era.

Elena aveva 36 anni, ma le sembrava di aver vissuto più di un secolo. Sentiva chiaramente che non sarebbe mai stata in grado di crescere anche quest'altra creatura, la cui sorte era certa fosse già segnata. Anche per questa morte, come per le altre precedenti, Vincenzo avrebbe fatto ricadere la colpa su di lei, accusandola di inadeguatezza e incapacità. D’altronde lei non aveva mai neppure tentato di smentirlo, perché era sempre stata convinta che avesse ragione.

Erano passati quasi dieci anni dal loro matrimonio e ancora Elena si chiedeva perché l'avesse sposata. Di amore non si era mai parlato, ma non era stato certo neppure per il denaro, visto che suo padre, malato e oppresso dai debiti, non aveva potuto garantirle neanche una dote adeguata. Era evidente che Vincenzo la disprezzava profondamente, come non mancava mai di farle notare. Però la considerava una sua proprietà, più o meno come il cavallo, la casa o la barca, e ci teneva che a lei questo fosse ben chiaro.

In sua presenza Elena non osava quasi fiatare per la paura di contrariarlo. Bastava così poco per fargli cambiare umore. Grazie al cielo non se la prendeva mai con i bambini. Era solo lei la vittima delle sue collere, solo lei quella su cui alzava le mani. Tanto che aveva sempre pensato di meritarselo.

Quello che però le pesava di più, a cui non era mai riuscita a rassegnarsi, era ciò che avveniva in camera da letto. Ogni sera, quando tornava dalla taverna, Vincenzo la guardava con severità, facendo solo un lieve cenno del capo. Era sufficiente perché lei lo seguisse senza una parola. Lo faceva quasi di corsa, perché sapeva che ogni esitazione non poteva che accrescere l'aggressività che il marito avrebbe sfogato su di lei. Non aveva paura di lui, né del dolore. Ci aveva fatto l'abitudine. A ferirla ogni volta di più era soltanto la sua debolezza.

E quel quadro, appeso alla parete di fronte a lei, non faceva che gettarle in faccia di continuo la sua vergogna, la sua condizione senza speranza. Le fiamme di quell'immagine era come se ardessero sulla sua pelle, consumando ciò che restava della sua dignità. Spesso si fermava a osservare a lungo il dipinto, come se avesse potuto trarne una risposta qualsiasi e più di una volta si era sorpresa a domandarsi cosa si provasse a stare dall'altra parte, quella dell'aggressore.

Anche quella sera, una volta finito con lei, Vincenzo era uscito, lasciandola stesa sul letto. Non era stato peggio delle altre volte, non era successo niente di nuovo rispetto a quanto accadeva da quasi dieci anni. Era lei però a non essere più la stessa. Si era alzata, vestita, e aveva preso la sua decisione, lucida e irrevocabile. Un pensiero che si era lentamente delineato nelle ultime settimane, fino a diventare un’idea fissa. L’unica in grado farla sentire padrona del suo destino.

Appena la piccola si calmò, Elena la ripose nella culla e attese che si addormentasse. Gettò solo uno sguardo agli altri figli, che dormivano tranquilli. Anche loro sarebbero stati meglio senza di lei. Bisognava però far presto, non poteva rischiare che Vincenzo tornasse.

Rientrò in camera e ripose lo scialle sul letto. Dove stava andando non le sarebbe servito. Si voltò e fece per uscire.

I suoi occhi si posarono sul dipinto, il testimone silenzioso e osceno di tutti quegli anni di umiliazioni. Non era solo lo specchio della sua violenza privata, ma uno squarcio aperto sul volto più buio della natura umana. Doveva assolutamente chiuderlo. Non poteva andarsene sapendolo ancora al suo posto.

Si guardò intorno febbrilmente, alla ricerca del modo migliore per distruggere quel quadro. Il camino sarebbe stato perfetto, ma non aveva niente per accenderlo. Doveva pensare a qualcos'altro. Forse sarebbe stato sufficiente occultarne la superficie. Ma con cosa?

Si ricordò del cassone in cui erano stipati gli oggetti appartenuti a suo padre. Non l’aveva mai più aperto, ma era certa di averci messo anche del materiale per dipingere.

Cominciò a frugare, gettando tutto alla rinfusa sul pavimento, finché le sue dita incontrarono un contenitore di legno. Aprendolo trovò dei pennelli, delle spatole, un vasetto con un po' d'olio e un altro con un liquido dall'odore penetrante, lo stesso che il padre si portava addosso ogni volta che usciva dalla sua bottega, un luogo dove lei non aveva mai avuto il permesso di mettere piede.

La scatola conteneva anche degli involucri con polveri di varie tonalità. Aveva visto qualche volta suo padre preparare il colore sciogliendo quei pigmenti nell'olio. Lui ci lavorava a lungo, macinandoli con cura, ma lei non ne aveva il tempo. Scelse il più scuro e lo mescolò in fretta in una ciotola, aiutandosi con una spatola. Quando le parve che avesse raggiunto una consistenza cremosa, prese il più grande dei pennelli, si inginocchiò sul pavimento e cominciò a stenderlo sopra il quadro.

Coprire quell'immagine le dava una sensazione esaltante e, a ogni pennellata, le pareva di cancellare anche una parte della sua memoria. Dopo un primo strato ne applicò un altro, finché non fu più visibile neppure un dettaglio del dipinto sottostante.

Espirò profondamente, lasciandosi andare sui talloni. Era tale la soddisfazione per il gesto compiuto che sentì il bisogno di rivendicarne la paternità. Lo avrebbe saputo solo lei, ma ciò era più che sufficiente. Una sorta di testamento, e un'estrema affermazione del suo passaggio e della sua volontà. Prese allora la spatola e con la punta, di taglio, incise in un angolo della tela le sue iniziali E.B. e la data del 29 gennaio 1706. Se quello era l'epitaffio, non restava che trovare una sepoltura. Fra il camino e il pavimento c'era un'intercapedine. La pietra che la chiudeva era fissata male e più volte, urtandola, Elena aveva avuto l'impressione che fosse sul punto di staccarsi. Facendo leva con un coltello riuscì facilmente a rimuoverla. La dimensione del vano era proprio quella giusta. Vi spinse dentro con un gesto deciso sia il quadro che la scatola con i pennelli e lo richiuse.

Elena adesso era certa di non aver lasciato niente in sospeso. Aprì la porta e si diresse verso il lago.

Durante quel breve tragitto non pensò a nulla. A ogni passo i ciottoli della spiaggia le riempivano gli zoccoli. Si chinò a terra per raccoglierne due grosse manciate, che riversò nella tasca del grembiule e continuò a piedi scalzi fino a sentire una carezza gelida sulle caviglie.

Alzò gli occhi e per un istante la luna la distrasse con la sua perfezione. Poi tornò a guardare dritto davanti a sé e, senza esitare, proseguì decisa verso le placide profondità dell'acqua.

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Le apparenze dell'invisibile

Chiara Montani

Le apparenze dell'invisibile
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Lago di Garda, estate 1942. Un misterioso quadro coperto di nero, sepolto da secoli sotto un camino, viene riportato alla luce. Una giovane restauratrice di nome Aida, rimossa la patina scura, si ritrova fra le mani una scena di sconcertante violenza, ma tanto potente e geniale da suggerirle l'ipotesi che possa essere ricondotta alla mano di un grandissimo artista.

Da qui prende le mosse la vicenda, che si dipana dapprima in una Venezia ingrigita e cupa, ma ancora ispiratrice di profonde suggestioni artistiche, e poi sulle sponde del Lago di Garda, divenuto nel frattempo il quartier generale della Repubblica Sociale.

Nel drammatico scenario dell'Italia occupata, dove la difesa dell'arte dalle distruzioni e dai furti nazisti diventa una delle molte facce della Resistenza, il percorso di Aida si snoda in uno stretto intreccio tra fantasia e realtà. Passioni, misteri, brucianti perdite, tradimenti e imprese disperate si susseguono in un crescendo di colpi di scena, combinandosi poco a poco come le tessere di un mosaico a disegnare una verità drammatica e imprevedibile, in cui nessuno è veramente ciò che sembra.

Finalista al Premio Argentario 2018, Le apparenze dell'invisibile è un grande affresco d'epoca, arricchito da "sapienti ambientazioni e atmosfere che la scrittrice ci offre con maestria consumata".

L'autrice

chiara montani

Chiara Montani ha studiato Architettura al Politecnico di Milano. Ha poi lavorato nel campo del design, della grafica e dell'arte, esplorando varie tecniche e materiali e partecipando a esposizioni in Italia e all'estero. Specializzata in Arteterapia, conduce da anni atelier sulle potenzialità terapeutiche del processo creativo.
I suoi racconti e poesie hanno ottenuto più volte riconoscimenti in concorsi nazionali. Con Edizioni Il Ciliegio ha pubblicato il romanzo "Sofonisba. I ritratti dell'anima", selezionato fra i dieci finalisti al Premio Letterario Internazionale Indipendente 2016 e tradotto in inglese con il titolo "Sofonisba. Portraits of the Soul".
La sua lunga esperienza in campo artistico si fonde alla passione letteraria, dando vita a narrazioni in cui arte e trama si intrecciano saldamente e le descrizioni di opere si fanno strumento per indagare caratteri, relazioni, stati d'animo.
Un amico artista un giorno le ha dedicato queste parole: "Più dipingi e più emerge un tessuto narrativo di parole; più produci narrazione, più dense e scorrevoli scaturiscono immagini"

Il suo sito web

Perché l'abbiamo scelto

Quello che ci troviamo ad affrontare è un intreccio accattivante, che sa spingere il lettore verso la conclusione con il desiderio di scoprire se tutti gli indizi sparsi all’interno del romanzo porteranno alla soluzione di tutte le linee narrative. I personaggi, complessi e perfettamente inseriti nell’impianto narrativo, si fanno amare e odiare, e coinvolgono ancora più attivamente il lettore nella trama.

Nel complesso, quindi, quello della Montani è un ottimo romanzo, con una trama ben congegnata e sapientemente collocata nel contesto storico cui fa riferimento, e veicolato attraverso un linguaggio lirico e fortemente descrittivo, che non si perde in un’intensità inutile.


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