Macchie di colore

Roberta La Rocca

Nello scostare i rami dalla faccia, Tommi non era sicuro di quello che avrebbe trovato. Quelle fronde, le foglie arrotondate, gli spunzoni dei rametti, tutto aveva un che di gommoso, artificiale. Nemmeno le spine pungevano davvero.

Saprei creare qualcosa che faccia male sul serio?

Una domanda pericolosa. La scacciò subito dai suoi pensieri, mentre muoveva due passettini in avanti, cauto, le mani ancora davanti al viso. Sbatteva le palpebre, abbagliato dalla luce viva del sole che si faceva strada tra la vegetazione del bosco.

Riconobbe subito il paesaggio. Socchiuse gli occhi, rilassato, respirò a fondo e si godette il piacevole tepore, mitigato dall'aria fresca e profumata d'erba.

Anche lei era lì, come previsto. Piccolina e magra, la sua stessa età, la cartella di scuola in spalla, una mantella azzurra a coprirla, i capelli biondi biondi legati in due lunghissimi codini. Non sembrò stupita di vederlo, gli andò incontro senza fretta.

«Ciao» salutò Tommi, un gesto con la mano.

«Ciao» rispose lei, la vocina squillante ma non troppo acuta. Un'ombra di preoccupazione le velò il visetto rubicondo. «Ma da dove vieni?»

«Da là dietro.»

Tommi indicò i cespugli. Visti da questa parte, sembravano molto meno rigogliosi, e dietro di essi si stendeva un altro tratto di prato aperto. Una vespa gli ronzò vicino all'orecchio, lui rinculò.

«Da fuori.»

Lei sapeva cosa c'era fuori? Che esisteva un fuori?

Chissà. Lo fissava sospettosa.

«Mi sembra di conoscerti.»

«Davvero?»

Gli alberi erano tutti diversi l'uno dall'altro. Alcuni piccoli, dalla chioma rotonda, altri lunghi e rinsecchiti, altri ancora tutti ritorti, le foglie sottili e appuntite. Un tripudio di verdi e gialli e marroni, non molto amalgamati. L'erba sotto i suoi piedi, invece, appariva come un tappeto uniforme. Una moquette, come quella della sua cameretta, solo che quella invece era blu. I fiori erano informi chiazze rosse, viola e azzurre, piatte, bidimensionali.

E il sole...?

Non riusciva a vederlo. La luce proveniva da una direzione precisa, eppure, se anche lui si girava da quella parte e guardava su, non trovava niente, solo una zona ampia di cielo di colore più chiaro, quasi bianco, abbacinante.

Non ce l'abbiamo messo.

Non ricordava bene.

Be', che importanza aveva?

«Cosa fai qui tutto solo?»

La bambina aveva lo stesso sguardo severo della mamma, quando sapeva di averlo colto in fallo e stava lì, con le mani sui fianchi e la faccia scura ad aspettare che lui confessasse la colpa che pure era evidente. Perché lo tormentava così? Non poteva punirlo e basta, senza gridare?

«E tu cosa fai?» la provocò. Ma sapeva la risposta, lui la conosceva molto bene.

«Vado a scuola.»

«Oppure torni?»

Lei si strinse nelle spalle. Scosse la testa forte, da una parte e dall'altra, come a dire non cambiare discorso, bimbo, a me non la si fa. I codini frustarono l'aria, un turbine di capelli biondi a un dito dalla punta del naso di lui.

Eppure a Tommi veniva da ridere. Lei era arrabbiata, ma troppo buffa.

«Dove sono i tuoi genitori?»

La risata gli si congelò in gola. Il sole invisibile non era poi così caldo.

«Non ci sono più.»

La maniglia scivolò tra le dita sudate. Agata riuscì ad aprire solo al secondo tentativo. Spalancò la porta d'ingresso con malagrazia. Chiamò senza oltrepassare la soglia, senza trovare il coraggio di guardare fuori.

Lo sapeva, che lui non era neanche lì.

«Tommi!»

Una voce debole, lagnosa, da cui traspariva la paura.

Basta, doveva ricomporsi prima di uscire. Potevano esserci i vicini... infatti, l'immancabile Ginetta era lì, appena fuori della sua veranda, a trafficare con la plastica con cui aveva coperto le rose. Non alzò la testa, ma Agata era certa che avesse sentito.

Si avvicinò al muretto di confine con passo tranquillo.

«Mi scusi» chiese, la calma ritrovata. «Per caso ha visto mio figlio uscire da qui?»

La vecchietta la fissava, la scrutava coi suoi occhietti scuri penetranti.

«No» rispose, e in quel monosillabo Agata udì tutta la disapprovazione del mondo. Lo hai perso? Avevamo ragione a non credere che potessi farcela?

Le mani nodose di Ginetta, avvolte in guanti con le dita tagliate, fecero un gesto all'indietro, verso la casa di Agata.

«Sarà nel giardino dietro, ha guardato?»

Figuriamoci, la porta del giardino era chiusa a chiave dalla sera prima, e comunque lei l'aveva controllata. Non era cosè sprovveduta.

«No, non c'è.»

Si sforzò di far spallucce, quasi stesse affrontando una seccatura di poco conto.

«Giocava in una stanza, non doveva andare in giro. È pronto da mangiare...»

Nascose con un colpetto di tosse il fatto che la voce le si spezzava. La pastasciutta, la sua disperata ricerca di normalità... Aveva sperato di consumare un pasto in pace, col suo bambino, un momento di intimità familiare senza problemi, messe da parte tutte le tensioni.

Guardò anche lei verso la casa. L'auto parcheggiata nello slargo del vialetto. La porta grande della rimessa serrata da un robusto catenaccio con un lucchetto dall'aria altrettanto solida. Per buona misura, all'interno c'era un paletto per bloccare la porta.


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