La pietra della follia

Giuseppe Farina

“Una chiesa di Nostro Signore si denomina Bedlam. E in quel luogo si trovano molti uomini che sono caduti fuori dal loro ingegno. È onestamente giusto che siano tenuti in quel luogo e di essere ripristinati di nuovo nella salute e nello spirito […].” – William Gregory, Lord Mayor di Londra, 1450

“Sono necessari disciplina, minacce, catene e percosse. Nulla è veramente più necessario e più efficace per la guarigione di queste persone che costringerle al rispetto e ad avere timore dell'intimidazione.” – Dott. Thomas Wills, 1684

“Il terrore agisce in maniera forte sul corpo attraverso la mente e dovrebbe essere impiegato nella cura della pazzia.” – Wagner-Jauregg, 1927. Premio Nobel per la medicina.

“…vi trovate in una galleria lunga e larga; su entrambi i lati ci sono un gran numero di piccole celle in cui sono rinchiusi pazzi di ogni tipo, e si può ottenere una vista di queste povere creature tramite delle finestrelle poste in alto sulle porte. Molti pazzi inoffensivi camminano nella grande galleria. Il secondo piano è riservato ai maniaci più pericolosi, la maggior parte dei quali sono incatenati. Nei giorni di festa numerose persone di entrambi i sessi, ma in genere appartenenti alle classi inferiori, visitano questo ospedale, divertendosi a guardare questi disgraziati, che spesso danno loro motivo di risate” – Cesare de Jaussurre, 1725.

“In una delle stanze laterali una decina di donne erano incatenate al muro per un braccio. La catena permetteva loro soltanto di alzarsi e sedersi. La nudità di ogni paziente era nascosta da una sola coperta. Molte altre donne più sfortunate erano state rinchiuse nelle loro celle, nude e incatenate sulla paglia. Nell'ala maschile, sei pazienti erano incatenati alla parete per il braccio e la gamba destra. La loro nudità e la modalità di confinamento davano alla camera l'aspetto di un canile” – Edward Wakefield, 1815.

 

Capitolo 1

LA CELLA DI MARTIN

"Ucciderò te e quella lurida sguattera!"

Martin spalancò gli occhi. Aveva la fronte imperlata di sudore. Il battito del cuore impazzito. Respirava con affanno, in preda al panico. Di nuovo quella voce. Ancora quell'orribile voce che sibilava meschinità dentro la sua testa. Si alzò dal suo giaciglio di paglia che utilizzava come letto da circa vent'anni, e si mise ad andare avanti e indietro in quella che sembrava più una stalla per bestie che una cella di contenimento per malati mentali. Si passò una mano tra i capelli ricci e rossi, terrorizzato.

"Chi sei, chi sei… Cosa vuoi da me? Rispondimi… rispondimi ti ho detto!"

Martin, per sbaglio, affondò un piede dentro i suoi escrementi, sparsi per tutta la cella.

Un brivido gelido gli percorse la spina dorsale, drizzandogli i peli delle braccia. Inarcò di scatto la spalla, come se qualche entità invisibile lo avesse trafitto con un pugnale. Smise di girare in tondo e tornò a sedersi sulla balla di fieno. Si grattò in maniera convulsa il lato destro del naso, dove le lentiggini marrone scuro proliferavano su quasi metà volto. Prudevano, pruriginosi . Sulla pelle c'erano ancora i segni cicatrizzati delle unghie. Ora il prurito si spostò sull'inguine, ma non osò toccarsi sulle parti intime. Nel Bedlam Royal Hospital, i pazienti sorpresi a masturbarsi venivano picchiati e frustati. A Martin venne in mente l'episodio in cui due infermieri lo presero con la forza e, dopo averlo massacrato di botte, gli gessarono il braccio per impedirgli di dare sfogo alla sua libido. Come se tutto ciò non fosse bastato, lo costrinsero a bere il suo stesso seme e, quando cercò di sputarlo, ricevette una bastonata sulle gambe e un'altra serie di percosse.

"Toccati. Lo so che vorresti farlo. Su, piccolo Marty! Fatti questa cazzo di sega, lurido porco!"

Martin si premette le mani sulla tempia, quasi a volersi fare esplodere la testa.

«No! B-basta!» urlò. «V-vattene! V-vattene s-subito! N-n-non ti a-ascolto più!»

"N-non t-ti a-ascolto più!" lo schernì la Voce. "Sei un balbuziente deficiente! Un balbuziente deficiente!"

«SMETTILA!»

Martin si accasciò sul letto, tappandosi le orecchie.

«Tu n-non e-e-esisti».

"Non esisto, piccolo Marty? Ne sei certo? Eppure continui a frignare come una lurida cagna! Sei una femminuccia, piccolo Marty. E tu vorresti scoparti quella troietta di una psicopatica? Ah! Riderebbe di te. Arrenditi, dolce fiorellino. Passerai il resto della tua inutile e insignificante vita maneggiare quel putrido arnese che ti penzola tra le gambe. Sei patetico".

«Vattene! V-vattene o-ora! »

Le grida strazianti di Martin rimasero intrappolate in quello squallido abitacolo cosparso di feci e sudiciume. Le fredde mura di pietra erano intrisa di umidità, disperazione e sofferenza.

Uno scatto alla serratura e la porta di ferro della cella si aprì con un gracchiante sfrigolio di cardini e ruggine.

Martin rimase quasi accecato dall'improvvisa ondata di luce che travolse la semi-oscurità a cui si era da tempo abituato. Si coprì gli occhi con una mano e si raggomitolò su sé stesso. Udì dei passi e poi la porta chiudersi. Una chiave venne girata nella serratura. Martin avvertì la presenza di un estraneo a pochi metri dal suo letto. Capì subito che si trattava di un uomo per il respiro roco e affannato, per l'odore acre e pungente di sudore, mischiato a un costoso dopobarba che potevano permettersi solo chi guadagnava un mucchio di denaro.

Rumori di passi che si avvicinavano. Martin tremava, gemeva. Aveva paura.

«Ehi tu, voltati.»

Era un ordine, e Martin sapeva molto bene che agli ordini bisognava ubbidire se non si voleva rischiare di incorrere in terribili punizioni.


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