Il marchio di Sekhmet

Isabel Giustiniani

I ricordi del giorno in cui morì il faraone sono ancora vividi nella mia memoria, non fosse altro perché quel mattino fu assassinato anche mio padre.

Allora avevo undici anni e mi trovavo, come di consueto, nel kap del palazzo reale ad assistere a una lezione di maestro Seja. In qualità di figlio del capitano delle guardie della dimora del dio Akhenaton, e in virtù dell'amicizia dimostrata da questi a mio padre, avevo avuto l'onore di poter studiare assieme alle principesse e ai rampolli delle più potenti famiglie del regno.

Seja, dall'alto del suo ruolo di sehedy sesh, non si era tuttavia dimostrato altrettanto compiaciuto della decisione del dio di far ammettere alla sua scuola due ragazzini di bassa estrazione sociale quali eravamo io e mio fratello. A sua discolpa devo ammettere che, nonostante io mi dimostrassi un alunno tranquillo e desideroso di apprendere, mio fratello si comportava spesso in maniera ribelle e sfrontata, causando nell'ististutore violenti eccessi d'ira. L'arcigno scriba era infatti diventato il bersaglio prediletto degli scherzi di Neferu che, avendo già quattordici anni compiuti, un grosso ego e un debole per la principessa Ankhesenpaaton, non esitava a mettersi in mostra agli occhi di lei nei modi che io ritenenvo più stupidi possibile. Eppure le soffocate risatine dell'adolescente principessa e delle sue sorelle più giovani risuonavano allegre fino all'alto soffitto della sala ogniqualvolta mio fratello, soffiando in una cannuccia, riusciva a mettere a segno nel gonnellino del maestro un proiettile di papiro intriso d'inchiostro o si produceva in linguacce e smorfie quando l'uomo gli voltava le spalle dopo averlo rimproverato.

Il suo comportamento mi procurava un forte imbarazzo ma sembrava fossi l'unico a essere di quell'avviso poiché gli altri alunni, sebbene cercassero di non darlo a vedere, si dimostravano sempre piuttosto divertiti dall'esuberanza irrefrenabile del loro scapestrato compagno.

Soltanto un altro ragazzino distoglieva lo sguardo dagli scherzi, gli occhi appena velati di disapprovazione: si trattava dell'ultimogenito del faraone, un bambino timido e taciturno, di qualche anno più giovane di me. Il piccolo Tutankhaton era solito seguire le lezioni un po' appartato, da sempre ignorato dalle sorelle e poco considerato anche dalla stessa corte reale. Neferu aveva liquidato il comportamento scostante del principe imputandolo alla zoppia che gli impediva di correre e giocare come gli altri, ma dentro di me sentivo che le ragioni erano ben più profonde. Lo percepivo nel modo che poteva essere compreso solo da coloro che sono accomunati da uno stesso dolore: come la mia, anche la madre di Tutankhaton era morta dandolo alla luce ed ero certo che il bambino provasse lo stesso mio subdolo e logorante senso di colpa unito al vuoto interiore causato dall'assenza di quell'amore tanto speciale quanto unico.

Mi ripromisi che, a fine lezione, gli avrei parlato. Immaginavo dovesse sentirsi molto solo nonostante la perenne presenza accanto a lui della nutrice, una nubiana scura come la notte che lo seguiva come un'ombra. Anche in quel momento sapevo che, se avessi guardato con più attenzione alle mie spalle, avrei scorto il profilo alto e sottile della donna occhieggiare da dietro qualche colonna.

Non ebbi mai modo di seguire i miei propositi: quel fatidico giorno, prima ancora che i raggi di Aton illuminassero per intero il cortile, grida concitate attirarono l'attenzione di tutti. Abbandonammo i nostri mnhd e ci precipitammo fuori per capire cosa stesse succedendo.

Stentai a riconoscere nell'uomo terrorizzato che correva lungo i portici Colui che ha le mani pulite, il compassato primo servitore del faraone, ma quando riuscii finalmente ad afferrare quanto stava urlando, rimasi sconvolto.

«Sacrilegio! Sacrilegio! Hanno levato le mani sul dio! Sacrilegio!»

Qualcuno era infine riuscito a fermarlo, nel tentativo di ottenere spiegazioni, ma l'uomo continuava a ripetere in modo isterico le stesse parole. Solo quando accorsero alcune guardie del medjay e uno di essi lo afferrò per le spalle, scuotendolo, il servitore parve finalmente tornare in sé, per assumere subito dopo un'espressione ancora più spaventata nel rendersi conto di essere circondato da soldati.

«Le guardie personali del dio…» esalò, il volto livido e le labbra tremanti. Poi, deglutendo a fatica come cercasse di sciogliere un nodo che gli serrava la gola, aggiunse: «Si sono rivoltate contro di lui e l'hanno ucciso.»


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