Anima.exe

Mattia Gallucci

Il profilo imponente dell'università di Boston, nel suo bianco chiarore, osava arrossire soltanto davanti al tramonto. Il solido marmo della struttura principale, la sala congressi, sfumava su tonalità morbide e calde, stagliandosi contro la sagoma scura della città alle sue spalle.

Il parcheggio del campus, perlopiù usato da studenti e professori durante il resto della settimana, quella domenica sera era particolarmente affollato.

Un centinaio di costose automobili sospese sui loro meccanismi magnetici in pochi minuti aveva occupato tutto lo spazio a disposizione. Personaggi eleganti e chiassosi avevano cominciato a disperdersi, salmodiando verità della scienza di cui a nessuno importava realmente. Di tanto in tanto li si vedeva accompagnati da una splendida ragazza in abito da sera, coperti dalla pioggia di flash dei cronisti mondani.

- Questa è una Sky-Wilkins, una rara Sky-Wilkins del centottanta! – aveva detto un vecchio. - No! Non la ragazza, la macchina! – lo si sentì dire subito dopo.

Eleanor avrebbe voluto trovarsi tra i ricchi e appariscenti invitati. Fantasticava su un costoso abito da sera in tela dinamica: avrebbe programmato il tessuto in modo da cambiare a seconda della luminosità dell'ambiente circostante.

Avrebbe sorseggiato dell'ottimo champagne, confondendosi tra gli scienziati. Con ogni probabilità, sarebbe riuscita ad ammaliare qualche socio anziano riuscendo a spacciarsi per una dottoressa. Avrebbe raccontato della sua cattedra nell'Europa Unita, magari sul Mediterraneo, e della sua ricercatissima consulenza sugli effetti delle radiazioni all'equatore.

Avrebbe voluto strapparsi dal petto il badge da giornalista, deturparne la banda elettronica con uno spillo e gettarlo nella spazzatura. Quanto poteva essere difficile inscenare una vita che non fosse la sua? Il vero evento non era ancora iniziato. Avrebbe fatto in tempo.

Davanti ai suoi occhi, la sfilata di lusso e ricchezza non accennava a rallentamenti. Abiti da sera che ritraevano fantasie in costante trasformazione ad ogni angolo. Rubicondi scienziati impegnati ad illustrare le loro ricerche alle telecamere, spacciandole per vere e proprie rivoluzioni.

L'ennesimo magnetogeniere sessantenne si allontanava dal parcheggio in direzione dell'ingresso, sfilando accanto a una giovane bellezza e raccontandole del successo avuto con la sua ricerca nel campo dell'applicazione dei magneti. La reporter si accorse della differenza di età tra i due: la ragazza avrebbe potuto benissimo essere la nipote dello scienziato, costretta ad indossare un abito succinto per compiacere i suoi colleghi.

- Scommetto che con un magnete si può fare qualsiasi cosa! – ripeteva lui. – Qualsiasi cosa!

[…]

- Ellie, piantala di scattare foto a quei vegliardi.

Eleanor, voltandosi esasperata, aveva gettato gli occhi all'indietro verso il cielo. Il suo collega Donald era un bravo ragazzo, un ottimo attrezzista e insieme erano una squadra portentosa di reporter, ma a volte faceva davvero fatica a sopportarlo. Riportò lo sguardo sul cameraman sudaticcio.

- La conferenza avrà inizio a breve, e non avremo occasione di entrare una volta che le porte verranno chiuse. – aggiunse Donald, sistemandosi il colletto della camicia bianca che già presentava preoccupanti aloni gialli sotto le braccia. Per un istante Ellie giurò di aver udito quella camicia implorare pietà.

Ogni volta che Donald la guardava, lei aveva l'impressione che lui la stesse immaginando senza vestiti: il suo viso irritato da una rasatura eccessiva, riusciva ancora ad arrossire facendo scivolare lo sguardo sulle forme della giornalista.

Come poteva ignorarla? Nessun uomo ci sarebbe mai riuscito.

La chiamavano “la bella Ellie”. Il suo vestito rosso a tubino metteva in risalto le forme di una donna matura, ma il suo sguardo tagliente era quello di una ragazzina pronta a sfidare l'intero pianeta. Gli occhi ambrati ispiravano dolcezza e scaldavano il cuore degli scapoli, e i morbidi boccoli castani sembravano essere stati creati dagli angeli solo perché gli uomini potessero sognare di accarezzarli. Ricadevano sulle spalle, circondando il volto, ed erano ancora abbastanza lunghi per posarsi sui seni alti e rotondi della ragazza.

Se il corpo della giornalista invitava alla passione sfrenata, le sue labbra rosse e carnose la estinguevano immediatamente: sempre seria e posata, non sorrideva quasi mai. Quando le capitava di dover dire qualcosa, si trattava quasi sempre di esercitare la propria autorità sul collega come se fosse direttamente alle sue dipendenze.


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