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Altre 5 Monomanie del Self-Publisher

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

La scorsa settimana ho iniziato a raccontarvi di quali sono le monomanie che colgono tutti, o quasi, i selfpublisher. L’argomento mi ha un po’ preso la mano perciò, visto che tutti i preamboli necessari li ho fatti la volta scorsa, poche storie e scopriamo subito quali sono le altre (nostre) cinque monomanie.

6 – La Ultra-Conoscenza.

Già in altre occasioni ho accennato a questo problema, ma qui cercherò di approfondirlo un po’. Ho notato che l’enorme maggioranza di noi self-publishers, quando entra nel mondo dell’autopubblicazione, ha la convinzione di essere entrata nel mondo editoriale e, dunque, di avere conoscenza delle meccaniche e del lavoro che si svolge all’interno delle case editrici. Insomma, tutti (o quasi) ci convinciamo che, avendo lavorato sul nostro libro (magari con l’aiuto di un editor freelance), siamo pienamente legittimati a discorrere dell’editoria e del come essa funzioni.

Per anni anche io sono stato pienamente convinto di questo, giacché pensavo che non fossero poi molte le differenze tra quel che facevo io e il lavoro delle case editrici.

Ebbene, no.

Tornando a un concetto che ho espresso al punto 5, tutti necessitiamo di un buon bagno d’umiltà. Quando, per caso o per fortuna, mi sono ritrovato a lavorare sui miei testi con una casa editrice, ho compreso che quanto fatto da autopubblicato ne era solo una lontana imitazione. Forse solo l’editing è accostabile (se da self si riesce a trovare un editor freelance davvero bravo), ma tutto il resto ha un livello di professionalità che l’autore autopubblicato semplicemente non può raggiungere.

E quindi? Tutti i libri autopubblicati sono da buttare?

No, non voglio arrivare a questi estremi. Ciò che però intendo sottolineare è, per l’ennesima volta, un necessario bisogno di autocritica e di calma. In moltissime occasioni ho incontrato autori self che passano il 90% del proprio tempo ad attaccare gli editori in modi velenosissimi; quelli sarebbero colpevoli, a loro dire, di non fare lavori autenticamente professionali, e di pubblicare solo raccomandati, e di pensare soltanto ai guadagni, ecc.

Oltre al fatto che chi parla in questo modo appare come un colossale “rosicone”, dovrebbe essere messo in guardia anche su un fatto molto semplice: dinanzi a persone inesperte dell’argomento potrà apparire come un “duro”, o come qualcuno che non si fa scrupoli a dire la verità, o un coraggioso, o quello che vi pare, ma poi, dinanzi a persone esperte, si rivelerà soltanto per quello che è: uno sprovveduto.

Il mondo editoriale è sì pieno di problemi, di imperfezioni, di ingiustizie, ma come in tutte le cose, potremo giudicarlo solo quando ne avremo una conoscenza vera e diretta. E se siamo self publisher, questa conoscenza, semplicemente, non la possediamo.

7 – Grammar Nazi.

Quando si è alle prime armi della scrittura (e in particolare se si è autori self) a volte si ha una vera e propria ossessione della grammatica. Si crede che la perfezione grammaticale del testo sia un punto fondamentale, e si è pronti a imbestialirsi al primo refuso che si incontra.

Ora, ci sono ovviamente da fare delle distinzioni. È naturale che un romanzo colmo di errori è qualcosa di fastidioso e pressoché illeggibile. Su questo non ci piove. Al tempo stesso, però, leggere i testi di altri autori autopubblicati con il fucile in mano, pronti a fare fuoco al primo errore, è altrettanto fastidioso (per gli altri… e anche per noi stessi, poiché ci rovineremo il fegato).

Qualche refuso, in un libro, è assolutamente accettabile. Trovare una “e” senza accento là dove andava il verbo è una sciocchezza (diventa preoccupante solo quando tutte le “e” sono senza accento).

Inoltre, questa eccessiva attenzione grammaticale porta quasi sempre a un capovolgimento della stessa. Intendo dire che il “Grammar Nazi” degli autori self, molto spesso, va ad essere così tanto puntiglioso da risultare semplicemente ottuso (e, a volte, persino in errore).

Vi faccio un esempio reale capitato proprio a me.

In una occasione una persona mi rimproverò l’utilizzo di questa frase: “Il cielo era puntellato di stelle”. In effetti, se ci atteniamo alla pura grammatica e ai sensi primi delle parole, questa è una costruzione imperfetta, poiché il cielo non può essere puntellato di stelle, e di solito si utilizzano altre parole per rendere sensi simili (trapunto, costellato, ecc.). Ma è altrettanto indubbio che, così come avevo costruito la frase, non stavo utilizzando “puntellato” nel suo senso proprio, ma in una figura retorica. In sostanza, si poteva semmai opporre che non era una scelta gradevole (questione di gusti), ma non che fosse sbagliato in senso assoluto.

In questi casi, dunque, bisogna fare attenzione a essere eccessivamente legati a forme preconcette, altrimenti significa appiattire tutti gli stili su una grammatica standard indiscutibile (che, dopotutto, non esiste neppure, dato che il linguaggio è in continua evoluzione).

Altre correzioni che il self grammar Nazi non si fa sfuggire sono, di solito: “a me mi”, oppure “lui” al posto di “egli”, o la virgola appena prima della “e” congiunzione. Ebbene, in questi tre casi (nonostante quel che crede il grammar Nazi di turno) nella maggior parte delle occasioni non c’è errore. Questo perché, semplicemente, la lingua evolve, e ormai questi non sono più considerabili sempre errori. In particolare il secondo e il terzo sono pienamente accettati ovunque. Soltanto “a me mi” è ancora discutibile, ma in un dialogo tra personaggi di classe medio-bassa è quasi sempre accettabile, poiché rende un maggior senso di realismo.

Occhio, però! Se il grammar Nazi vi fa rilevare degli errori reali, ringraziatelo e correggete! Lì c’è poco da protestare.

8 – Preferire siti ignoti ad Amazon, Ibooks e Kobo.

Questa è più rara, ma l’ho vista in certe occasioni.

Alcuni considerano gli autopubblicati sui maggiori siti degli autori “commerciali”, e scelgono di conseguenza la pubblicazione su siti minori per ragioni di “coerenza artistica”.

Ma davvero?

Qui si sta parlando di autopubblicazione. Anche inserendo il proprio libro su Amazon, si venderanno 100 copie se andrà davvero bene. I self sono già la nicchia del mondo editoriale, dunque cercare di diventare la nicchia della nicchia ha così poco senso da non averne più alcuno.

(A meno che il vostro progetto sia tanto artistico, innovativo e particolare che starebbe meglio in una galleria d’arte piuttosto che su Amazon… ma dubito che il 99% dei self rientrino in questo discorso).

9 – Lamentarsi sui social della difficoltà del lavoro.

“Tre ore di scrittura! Sono distrutto!”
“Editing! Non ti temo!”
“Ancora dieci pagine! Aiuto!”
“Ce la posso fare!”
E così via…

Potrei andare avanti per ore.

Suvvia, lo abbiamo fatto tutti. E abbiamo ricevuto qualche “mi piace”, uno o due commenti, e una badilata di menefreghismo silenzioso (ma non sempre). Perché, del resto, pensiamoci: l’unica risposta onesta che si potrebbe dare a simili lamentele è: “Nessuno ti costringe a scrivere. Se non vuoi farlo, non farlo. Se invece vuoi farlo, non sei un eroe, e c’importa molto poco di quello che stai combinando”.

Postare queste frasi sui social, insomma, non serve a nulla; solo a far sapere al mondo che stiamo scrivendo e, dunque, a farci apparire un po’ migliori (o almeno questo vorremmo). Sono dei “selfie scritti”. E, come tutti i selfie, suscitano più fastidio che altro.
A questo punto meglio farsi una foto: è meno presuntuosa.

10 – Ma insomma! Sembra che noi self non possiamo fare e dire nulla! Cosa dovremmo fare?

Scrivere.

Scrivere.

Scrivere.

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