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Esercizi di editing

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

Oggi vi sottopongo un esercizio.

Quando si parla di editing se ne parla, appunto, in maniera sempre molto teorica. Si afferma che occorre cancellare il superfluo, le parole di troppo, le azioni inutili, i luoghi comuni, eccetera; ma, naturalmente, un conto è dire cosa occorre fare, un conto è imparare a farlo.

Ad esempio, come si discerne tra una frase importante e una frase inutile?

Quando una parola è di troppo, o troppo vaga, o troppo sgraziata?

Per quanto le spiegazioni siano ovviamente importanti, il metodo effettivo con cui è necessario lavorare su un testo lo si apprende soltanto con il lavoro costante. Correggendo e ricorreggendo, con il tempo addestriamo l’orecchio a riconoscere il materiale tagliabile.

Per fare una metafora calcistica, c’è la stessa differenza tra sapere cos’è un dribbling e imparare a farlo. In teoria chiunque può capire come lo si dovrebbe fare (persino io che di calcio e di sport sono analfabeta), ma farlo realmente è tutta un’altra storia: per dribblare con abilità un avversario c’è bisogno di talento e allenamento, e un calciatore ci riesce alla perfezione solo quando quell’atto gli diventa inconscio e automatico.

Fatte le dovute proporzioni, credo che anche nell’editing la differenza tra teoria e pratica sia legata alla capacità di rendere inconscio e automatico il lavoro.

“Allenare l’orecchio” è dunque il primo obiettivo da porsi.

Per farvi capire cosa significhi tutto questo vi presento un esercizio.

Ho preso la prima pagina del romanzo “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello (il romanzo è ormai di Pubblico Dominio), e vi ho inserito alcune frasi e parole “di troppo”.

Avete capito bene: ho peggiorato il testo.

Vi invito ora a copiare il brano e a leggerlo minuziosamente armati di penna. L’esercizio è: cancellate tutto il superfluo.

L’obiettivo ideale è riottenere la pagina così come la scrisse Pirandello, senza le brutture da me inserite.

(Ovviamente non sarà con questo piccolo esercizio che diventerete editor provetti, ma spero che possiate cominciare a comprendere cosa significhi “allenare l’orecchio” al testo.)

Buon lavoro!

Ero impegnato nel bagno, un po’ teso in avanti, le mani sul viso.

– Che fai? – mia moglie mi domandò preoccupata e seria, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio lucido.

– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa precisa narice. Premendo, avverto un certo dolorino. Più lo premo, più mi duole.

Mia moglie sorrise e disse:

– Credevo ti guardassi da che parte ti pende il naso.

Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:

– Mi pende? A me? Il naso?

E mia moglie, placidamente:

– Ma sì, caro. Guàrdatelo bene: ti pende proprio verso destra.

Ero giovane. Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era sempre stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo. Io m’ero sempre ritenuto un tipo, se non perfetto, quantomeno garbato, e apprendere che invece avevo una simile stortura, per giunta proprio sul viso, mi sbalordì.

Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il naso mi pendeva verso destra, così tante altre cose…

– Che altro?

Eh, altro! altro! Ce n’erano un’infinità da dire! Le mie sopracciglia castane parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate abbastanza male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti…

– Ancora?

Eh sì, ancora: nelle mani, al dito mignolo; e nelle gambe (no, storte no!), la destra, un pochino più arcuata dell’altra: verso il ginocchio, un pochino.

Caddi in un vortice di dissipazione. Dopo un attento esame dovetti riconoscere veri tutti questi difetti. E solo allora, scambiando certo per dolore e avvilimento, la maraviglia che ne provai subito dopo la stizza, mia moglie per consolarmi m’esortò a non affliggermene poi tanto, ché anche con essi, tutto sommato, rimanevo un bell’uomo. Mi strinse le spalle e m’invitò a non pensarci, perché ero davvero un bell’uomo, ripeté ancora, con convinzione.

Sfido chiunque a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto ci è stato prima negato. Schizzai un velenosissimo «grazie» e, sicuro di non aver motivo né d’addolorarmi né d’avvilirmi, non diedi alcuna importanza a quei lievi difetti, ma una grandissima e straordinaria importanza al fatto che tant’anni ero vissuto senza mai cambiar di naso, sempre con quello, e con quelle sopracciglia e quelle orecchie, proprio quelle mani e quelle gambe; e dovevo aspettare di prender moglie per aver conto che li avevo difettosi.

Appena avrete terminato la lettura e la correzione, quando sarete assolutamente convinti di aver trovato tutto il materiale da cancellare, potrete andare avanti.

Qui di seguito, per valutare quanto siete stati abili a ripirandellizzare il testo, potete leggere il brano corretto.

In corsivo e sottolineate trovate le frasi da me aggiunte, e tra parentesi alcune brevi spiegazioni.

Ero impegnato nel bagno, un po’ teso in avanti, le mani sul viso. (Un tipico errore è iniziare con un incipit banale e senza mordente, come questa prima frase che io ho inserito. Pirandello lo sapeva bene e ci porta invece nel vivo sin dalle prime due parole: la domanda della moglie.)

– Che fai? – mia moglie mi domandò preoccupata e seria (aggettivi non solo inutili, ma che rovinano anche la musicalità della frase), vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio lucido (che lo specchio sia lucido è ovvio, no? Se invece fosse stato sporco occorreva dirlo, poiché andava a modificare lievemente la scena – ma non è questo il caso).

– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa precisa (“questa narice” è più che sufficiente) narice. Premendo, avverto un certo dolorino. Più lo premo, più mi duole. (Questa frase ribadisce un concetto già chiaro, e aggiunge qualcosa – l’aumentare del dolorino – inutile ai fini di trama)

Mia moglie sorrise e disse:

– Credevo ti guardassi da che parte ti pende il naso (a questo punto il lettore ha capito che si parla del naso, perciò questa è una ripetizione).

Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:

– Mi pende? A me? Il naso?

E mia moglie, placidamente:

– Ma sì, caro. Guàrdatelo bene: ti pende proprio (un tipico errore di chi è alle prime armi è specificare qualcosa con parole vaghe che non aggiungono nulla, come succede in questo caso. Le parole da guardare sempre con sospetto sono: proprio, quasi, abbastanza, ecc.) verso destra.

Ero giovane. (Subito dopo il personaggio afferma di avere ventotto anni, dunque è inutile dire che è giovane)

Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era sempre (questo “sempre” rende alla frase un sapore scontato. Eliminandolo il senso non muta, ma lo stile ne guadagna in particolarità) stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo. Io m’ero sempre ritenuto un tipo, se non perfetto, quantomeno garbato, e apprendere che invece avevo una simile stortura, per giunta proprio sul viso, mi sbalordì. (Come dicevo in precedenza, è un errore ripetere due volte gli stessi concetti con parole diverse. Le cose vanno dette una volta sola.)

Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il naso mi pendeva verso destra, così tante altre cose (“Tante altre cose” rende la frase banale, già sentita. Pirandello invece lascia sospeso il “così…”, facendoci intuire lo stesso concetto, ma rendendo anche la sensazione che il discorso sia interrotto dalla battuta seguente).

– Che altro?

Eh, altro! altro! Ce n’erano un’infinità da dire! (Le frasi fatte vanno eliminate il più possibile)

Le mie sopracciglia castane (in questo discorso il colore delle sopracciglia, se normale, non è di alcun interesse) parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^^, le mie orecchie erano attaccate abbastanza (gli “abbastanza” e i “quasi” lasciateli vivi solo quando sono fondamentali) male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti…

– Ancora?

Eh sì, ancora: nelle mani, al dito mignolo; e nelle gambe (no, storte no!), la destra, un pochino più arcuata dell’altra: verso il ginocchio, un pochino.

Caddi in un vortice di dissipazione. (Per favore: evitate le frasi dall’apparenza poetica, ma che non hanno alcun significato reale)

Dopo un attento esame dovetti riconoscere veri tutti questi difetti. E solo allora, scambiando certo per dolore e avvilimento, la maraviglia che ne provai subito dopo la stizza, mia moglie per consolarmi m’esortò a non affliggermene poi tanto, ché anche con essi, tutto sommato, rimanevo un bell’uomo. Mi strinse le spalle e m’invitò a non pensarci, perché ero davvero un bell’uomo, ripeté ancora, con convinzione. (No alle ripetizioni di concetti e, soprattutto, no ai gesti dei personaggi descritti in modo scontato. “Mi strinse le spalle e m’invitò a non pensarci più” ormai non lo trovate neanche nei romanzi Harmony)

Sfido chiunque (il “chiunque” trasforma la frase in un modo di dire a cui siamo tutti abituati. Rimuoverlo significa invece creare uno scarto linguistico interessante) a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto ci è stato prima negato. Schizzai un velenosissimo «grazie» e, sicuro di non aver motivo né d’addolorarmi né d’avvilirmi, non diedi alcuna importanza a quei lievi difetti, ma una grandissima e straordinaria importanza (ripetizione con “importanza” del rigo di sopra) al fatto che tant’anni ero vissuto senza mai cambiar di naso, sempre con quello, e con quelle sopracciglia e quelle orecchie, proprio (se si crea un ritmo fondato su una ripetizione – in questo caso sulla parola “quelle” – non rovinatelo con altre parole inutili) quelle mani e quelle gambe; e dovevo aspettare di prender moglie per aver conto che li avevo difettosi.

P.S: L’editing non è una scienza esatta. Magari qualcuno di voi ha cancellato anche altre frasi, frasi che Pirandello invece aveva lasciato. Questo non vuol dire forzatamente che abbiate commesso un errore.

 

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