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Self publishing ed Editoria tradizionale: pro e contro

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

Supponiamo di aver completato il nostro romanzo. Dopo ore e ore di fatica e scrittura, naturalmente adesso desideriamo che esso divenga un vero libro e che magari raggiunga anche un pubblico autentico, composto di altre persone oltre ad amici e parenti.

La domanda da un miliardo di dollari a questo punto è: cosa conviene fare?

Autopubblicarsi oppure cercare un editore?

Avendo maturato delle esperienze personali al riguardo, vi dirò cosa secondo me è bene fare.

Principale avvertenza: in questo articolo il “secondo me” è grande come l’Empire State Building, perché se una cosa è certa è che in questo campo non esistono modi sicuri né misteriosi segreti per raggiungere l’obiettivo al 100% (chi sostiene il contrario è semplicemente uno sprovveduto, o un malintenzionato, e questo vale anche al di là del “secondo me”).

Ora partiamo da un presupposto: quando siamo agli inizi nessuno scommetterebbe un soldo bucato su di noi. Di gente che vuole pubblicare (Attenzione: ho detto “pubblicare”, non “scrivere”) è pieno il mondo, e dunque questo benedetto mondo per ovvia conseguenza si è riempito anche di gente che promette di farti pubblicare. Partiamo proprio da questi ultimi, così da non doverci più tornare: le case editrici a pagamento.

Non sono editori.

Non sono tipografi.

Non sono niente… ma fanno un mare di soldi.

Se il vostro obiettivo è “scrivere”, statetene lontani.

Se il vostro obiettivo è “pubblicare” (e cioè vedere il vostro libro di carta, magari anche venduto nei negozi online) statene lontani lo stesso: un qualsiasi servizio di self-publishing potrà soddisfarvi pienamente e vi farà anche guadagnare qualcosina (senza togliervi neanche un centesimo dalle tasche).

Nota bene: un editore che chiede soldi, in qualsiasi forma e per qualsiasi ragione (contributo, acquisto copie, editing, tributo agli Dei), è un editore a pagamento. Non fatevi trastullare da chi vi dirà (e ne incontrerete sicuramente): “Agli altri di solito chiedo 1000 euro, mentre a te ne chiedo solo 300 perché sei bravo”.

Un vero editore vi chiederà 0 euro.

Ora torniamo a noi.

Siamo agli inizi, perciò siamo soltanto dei singoli tra i milioni di persone che desiderano pubblicare. Naturalmente tutti vorremmo subito partire da un grande editore, ma attrarre la loro attenzione non è cosa facile.

Ecco dunque che arriviamo al primo punto: occorre attrarre l’attenzione (sia del pubblico, sia, volendo, degli editori).

Per ottenere attenzione (e capire anche se si è già capaci di scrivere qualcosa di decente) io consiglierei innanzitutto di partecipare a tutti i premi letterari davvero importanti (Premio Calvino, Premio Neri Pozza, Premio Urania, ecc.): quelli organizzati dai veri editori che pubblicano veri libri, o che comunque hanno contatti con essi.

Nota bene: Alcuni di questi premi chiedono un contributo in denaro per partecipare. Ad esempio il Calvino chiede un centinaio di euro. Ebbene, questa richiesta è più che legittima, perché il Premio vi consegnerà (anche se perdete) una scheda di valutazione del testo, dunque deve pagare coloro che perderanno tempo a leggere il vostro “capolavoro” (confondere insomma i Premi con gli editori a pagamento significa prendere una cantonata madornale. Le due cose sono profondamente diverse).

Ma arriviamo adesso al punto fondamentale: il Self-Pulishing e l’editoria tradizionale.

Io credo che autopubblicarsi, in questo momento, sia molto utile per tentare di avviarsi sulla giusta strada e iniziare ad attirare l’attenzione di qualcuno. Non sono d’accordo con chi sostiene che sia soltanto una forma di autosuggestione o di autocompiacimento, perché l’autopubblicazione (in particolare di ebook) a tutti gli effetti ti fa scendere sulla piazza online, quasi da pari a pari con le case editrici. Dunque se abbiamo scritto una cosa orrenda riceveremo critiche asprissime (e sapete bene quanto internet possa essere spietato), mentre se abbiamo fatto qualcosa di accettabile (non per forza eccezionale), cominceremo a capire da soli alcuni meccanismi, e questo può (badate bene: “può” non vuol dire “sicuramente”) farvi migliorare.

I Pro e Contro del self publishing

Ecco adesso un elenco di Pro, secondo me, dell’autopubblicazione:

  1. La maggior parte del guadagno torna a noi.
  2. Il libro esce come e quando lo decidiamo noi.
  3. Se otterremo complimenti e riconoscimenti, la cosa ci darà una soddisfazione personale enorme, perché sapremo che il lavoro è quasi completamente nostro.

Ecco adesso un elenco di Contro, secondo me, dell’autopubblicazione:

  1. Dobbiamo pagare (o quantomeno cercare l’aiuto di) qualcuno capace di editarci il libro.
  2. Dobbiamo pagare (o quantomeno cercare l’aiuto di) qualcuno capace di fare una copertina decente.
  3. Le classifiche di Amazon ci fanno salire in alto, ma è tutta apparenza, perché contano poco o niente rispetto alle classifiche reali di vendita dei libri (insomma, sono importanti per vendicchiare, ma non bisogna montarsi la testa e credersi scrittori perché si è primi lì sopra).
  4. Dobbiamo pubblicizzarci da soli (altrimenti il libro sparirà il giorno stesso della sua apparizione) e pubblicizzarsi non è una cosa facile. I primi tempi occorrerà imparare la differenza tra pubblicità e spam.

I Pro e Contro dell’editoria tradizionale

Qui però devo fare un’ulteriore specificazione: sussiste un abisso insormontabile che separa i Piccolissimi Editori (di cui vi segnalerò i Contro, perché è soprattutto con essi che avremo a che fare all’inizio) dai piccoli/medi/grandi editori.

Sia chiaro sin da subito: un piccolo/medio/grande editore, in ogni caso, vi apre delle porte che nessuna autopubblicazione (ad oggi) può aprirvi.

Ecco l’elenco dei Contro, secondo me, dell’Editoria tradizionale (e qui, lo ripeto a scanso di equivoci, si parla soprattutto di Piccolissimi Editori, naturalmente noEAP):

  1. Non distribuiscono. L’unica differenza tra loro e un servizio di self-publishing sta nell’editing gratuito. (Insomma, se il vostro piccolissimo editore è in grado soltanto di vendervi online e non ha una distribuzione nelle librerie, allora tanto vale autopubblicarsi, almeno i pochi guadagni saranno tutti per voi.)
  2. Gli editor delle piccolissime case editrici sono un terno a lotto: ve ne potranno capitare di bravissimi, ma anche di incompetenti, oppure ragazzi appena usciti dall’università che correggono alla buona e hanno un’idea molto vaga di cosa sia l’editing.
  3. Potrebbero farvi una copertina orribile… e non avranno disponibilità economica sufficiente per farvene un’altra.
  4. Potrebbero non essere professionali. Magari vi contatteranno entusiasti, pronti a pubblicarvi, e poi spariranno per sempre. Oppure vi faranno addirittura l’editing, e poi spariranno per sempre. Oppure vi pubblicheranno pure, ma appena uscito il libro spariranno per sempre, e assieme a loro il vostro libro dal mercato.
  5. Sono convinti di lottare contro la Grande Editoria, oppure sono convinti di fare la Grande Arte (questi di solito sono i peggiori).
  6. Guadagnerete ben poco (questo è l’unico punto che vale anche per gli editori piccoli/medi/grandi).

Ecco invece l’elenco dei Pro dell’Editoria tradizionale (e dunque valido soprattutto per editori piccoli/medi/grandi). (Una piccola nota prima di proseguire: domandare a questi editori se sono a pagamento vi farà passare per dei polli.)

  1. Lavorate al vostro libro con dei veri professionisti.
  2. Chiunque può comprare (o almeno prenotare) il vostro libro in qualsiasi libreria.
  3. Non dovete preoccuparvi di fare pubblicità. Hanno un ufficio stampa, o quantomeno qualcuno che si impegna al posto vostro.
  4. Vi organizzano le presentazioni.
  5. Sono interessati a vendere il vostro libro quasi più di voi (questo vale anche per i Piccolissimi, se sono seri).
  6. Vi faranno scoprire che il mondo dell’editoria vero esiste, ed è tranquillamente accessibile, basta soltanto avere pazienza, talento e fortuna (e vi pare poco?).

In conclusione, avrete intuito che io consiglio l’autopubblicazione quando si è agli inizi, quando si comincia a voler percorrere questa strada e occorre misurarsi con altre persone per capire a che livello di scrittura ci si trovi.

Poi fare il salto, secondo me, o almeno tentare di farlo, è importante per tutti coloro che non vogliono soltanto “pubblicare”, ma che vogliono “scrivere. Dipende, in fin dei conti, dalle scelte personali, e quelle sono tutte legittime.

P.S.

Ho letto da qualche parte che alcuni famosi scrittori americani hanno cominciato ad autopubblicarsi, in questo modo tutto il guadagno (enorme in quel caso) ritorna a loro. Non ne so molto a riguardo, ma la cosa a naso mi pare avere senso.

Questo però è un problema che potremmo porci quando venderemo migliaia di copie. C’è tempo.

 

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