personaggi reali

L’importanza della realtà per l’autore

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

È risaputo: dire di un personaggio “era timido”, oppure “era orgoglioso”, oppure “era antipatico”, non suscita emozioni nel lettore e non lo fa empatizzare in nessun modo. Ci sono invece alcune tecniche per far sì che il lettore segua il personaggio con attenzione e ci si affezioni, tecniche che ho già affrontato in un precedente articolo; in questo discorso però, oltre alle tecniche, non dobbiamo sottovalutare neanche la “perspicacia” dell’autore (o aspirante tale).

Cosa intendo per “perspicacia”?
La capacità di ragionare in modo realistico: partire da delle caratteristiche per arrivare alle stesse conclusioni della realtà (o quantomeno a qualcosa che si avvicini a essa il più possibile).

Sembra semplice, ma (come al solito) non lo è per niente.
Buona parte di questa “perspicacia” si accresce infatti all’aumentare della maturità, e credo sia per questa ragione che quando si è giovani si fa fatica ad elaborare racconti e personaggi: proprio perché manca innanzitutto un forte principio di realtà.
L’ingenuità però non si perde automaticamente con l’aumentare dell’età anagrafica, bensì con il lavoro e la riflessione su innumerevoli testi. Insomma, per farla breve: non si finisce mai di imparare, e nessuno può dirsi mai pienamente “perspicace”.

Vi faccio un esempio per illustrare nella pratica cosa intendo.
Qualche anno fa lessi un racconto (di cui ora non c’interessa titolo e autore) in cui si narrava la storia di una donna in crisi con il marito. Lei desiderava una vita più intensa, ma il marito era un tipo noioso che con il tempo si era distaccato sempre più. Era noioso e banale al punto tale che aveva addirittura i vestiti tutti identici: giacche e cravatte uguali.
Nel corso della trama si scopriva poi che lui la tradiva con alcune ragazze più giovani, che era un amante della bella vita e anche un frequentatore di hotel di lusso per i suoi incontri di divertimento. Grazie a questa scoperta, lei trovava finalmente un buon motivo per lasciarlo.

Ora vi ho fatto solo un breve accenno di trama, ma vi ho già detto tutto quello che credo sia importante. Concorderete che non è la storia più originale del mondo, ma comunque può avere una propria valenza, con un’adeguata dose di dramma.
Concentriamoci però sul personaggio di lui.
“Così noioso da avere vestiti tutti uguali, e anche amante della bella vita e di altre donne”. Questi elementi sembrerebbero determinare una personalità che si definisce facilmente, molto utile per la storia. Ora, però, riflettiamoci su.
Ad una attenta riflessione essi costituiscono esattamente i punti in cui crolla tutta la struttura del racconto.
Facciamoci infatti una semplice domanda: chi nella realtà ha vestiti tutti identici?
Una persona noiosa? Banale e apatica?
Ebbene, l’unica persona reale di cui posso dire con certezza che avesse vestiti tutti uguali era Albert Einstein.
Questo semplice fatto deve farci riflettere: un uomo che ha i vestiti tutti uguali non è soltanto un tipo strano, ma un tipo incredibilmente eccentrico.

L’autore del racconto voleva esprimere il concetto di una noia tale “dimostrata” anche dal vestiario monotono, sempre identico.
Insomma: dove ha peccato? Proprio in “perspicacia”.
Se ci pensiamo, infatti, nella realtà è l’esatto contrario: le persone più noiose sono quelle che vestono come tutti, cioè variando senza particolari stranezze.
Vestirsi sempre allo stesso modo è invece una stranezza gigantesca.

Secondo punto. Pur se volessimo chiudere un occhio sugli abiti uguali, è nel resto della descrizione che l’edificio narrativo cade del tutto. Il marito, infatti, è anche amante di belle donne che incontra in alberghi di lusso.
Sorvolando sul facile cliché, domandiamoci ancora: quest’uomo è davvero noioso?
Non dubito che possa essere definito come un bastardo, un poco di buono, un traditore, ma non certo come un tipo noioso. Semmai renderà la vita della moglie un inferno di gelosia, e non certo di noia.
E invece, nel racconto, proprio nel momento in cui si raggiunge questa svolta, in cui si scopre che il marito ha una focosa doppia vita, la moglie non si sorprende della scoperta, bensì ne approfitta per lasciarlo.
Scelta comprensibile, ma, di nuovo, poniamoci un’ennesima domanda: se nella realtà scoprissimo che la persona con cui abbiamo condiviso una vita intera (e che credevamo molto noiosa) si rivela libertina e amante della vita notturna, la questione ci colpisce oppure no? Ne approfittiamo solo per lasciarlo, oppure pretendiamo prima spiegazioni per capire l’abissale differenza tra come si comportava con noi e come invece faceva con gli altri?
La risposta mi pare scontata.

Ecco insomma che arrivo al punto: quando si crea un personaggio bisogna chiedersi sempre a quali conseguenze porterebbero i suoi comportamenti nella realtà. Non dobbiamo pensare per preconcetti (vestiti uguali = uomo noioso), poiché essi si rivelano spesso e volentieri falsi.
Bisogna invece allenare la propria “perspicacia”, il proprio “buon senso”, nel cogliere i dettagli realistici dei caratteri umani, nel rubare alla realtà gli elementi indiscutibili, e non costruirli invece lasciandoci sviare dai pregiudizi.

Non costruiamo personaggi partendo dunque da basi concettuali, ma cerchiamo di elaborarli sempre partendo dalle persone vere che conosciamo. La realtà, infatti, non può sbagliare.
Come diceva Francis S. Fitzgerald: “Comincia con una persona e scopri che hai creato un tipo; comincia con un tipo e scopri che non hai creato niente.”

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