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Amazon contro tutti

Dopo aver affrontato le questioni Amazon contro autori e Amazon contro lettori, vado ad illustrare il mio personale punto di vista sulla questione Amazon contro librai.

Partiamo con alcuni dati che Messaggerie, il più grande distributore indipendente d’Italia, ha diffuso a Tempo di Libri a Milano, lo scorso aprile.
Messaggerie (i dati sono del 2016) ha in catalogo 171.160 titoli, libri che hanno movimentato almeno una copia. Di questi, 68.802 hanno venduto da 1 a 9 copie, 60.853 tra 10 e 100 copie e i restanti 41.605 più di 100 copie. Direi di semplificarci la vita con delle percentuali (le arrotondo, non siate pignoli!):

  • il 40% ha venduto meno di 10 copie;
  • il 35% ha venduto tra 10 e 100 copie;
  • il 25% ha venduto oltre 100 copie.

Rimarcando l’ovvio, vi invito a riflettere sul fatto che 4 titoli su 10 non hanno superato le 9 copie vendute. E qui non parliamo di libri self, ma di volumi che hanno alle spalle la spinta di editori, distributori e librerie.
Vi rivolgo una domanda: di chi è la colpa, secondo voi? Perché così tanti libri pubblicati vengono poi ignorati dal mercato?

Le statistiche ci dicono anche che il numero di lettori è in calo, che gli italiani spendono poco o niente in libri e che il settore è in crisi. Verrebbe allora da addossare la colpa ai lettori, anzi ai non lettori. Non posso escluderlo e non lo farò. Voglio però sottolineare anche un altro aspetto del mercato, che da scrittore mi fa storcere il naso: i librai lavorano con il reso. Questo significa che gli scaffali delle librerie vivono un furioso turnover, in cui i libri si avvicendano con scadenze ridicole. Gli editori pubblicano tanto, anche se l’offerta cala, lo spazio fisico nelle librerie è poco, e così i libri sfrecciano come comete lungo gli scaffali. Se il lettore è lesto, riesce a procurarsi la sua copia, altrimenti si attacca.
Ora, il problema è che un libro non ha data di scadenza. Qualcosa che è stato scritto e snobbato, potrebbe esplodere venti anni dopo all’improvviso come caso letterario e diventare un cult. È stato calcolato che, ai giorni nostri, un libro rimane visibile nelle librerie per poche settimane. Se non vende, viene restituito al distributore che provvede a restituirlo all’editore (senza pagarlo, visto che non è stato venduto).
Provo a spiegare in maniera semplice cosa avviene a livello di ordini e di pagamenti tra librerie ed editori così da giustificare il turnover sugli scaffali.
Il libraio paga all’editore (semplifico eliminando l’intermediario, cioè il distributore) un certo numero di copie. Dopo qualche settimana, il libraio restituisce ciò che non ha venduto (reso) e l’editore si impegna a scontargli la somma sugli ordini successivi. Il ciclo è questo ed è viziato da due fattori importanti: 1) i nuovi titoli da proporre sono tanti e 2 )per rivedere i soldi del reso i librai sono costretti ad attendere anche 4 mesi (tempi di gestione finanziaria aziendale). Questo giochetto fa sì che le librerie rinnovino costantemente gli scaffali almeno 3 o 4 volte l’anno. Con questo sistema i librai cercano di limitare il rischio d’impresa e tentano la fortuna col nuovo titolo che potrebbe (si spera) diventare un caso editoriale e far arricchire tutti.

Capite bene che all’interno di questo scenario è normale che poi il lettore si rivolga ad Amazon. Il motivo è semplice: sugli scaffali, passato un certo periodo, non trovi più i libri.
In questo senso, i librai che lanciano anatemi contro Amazon, lo fanno senza alcuna ragione, visto che lo store di Bezos sta solo sopperendo ad una mancanza delle librerie fisiche. Se poi i lettori si affidano ad internet anche per acquistare i best seller o le ultime uscite, questo è da imputare all’abitudine. Però, per come la vedo io, la colpa è sempre del sistema editoriale, che non offre alternative ai lettori.

Apro una parentesi. Dicevo prima che da scrittore il diritto di reso mi fa storcere il naso. E sì, perché in questo modo le librerie non hanno più alcun interesse e motivo ad impegnarsi a vendere un titolo. Se uno non funziona, si passa ad un altro, e così via. Anche se non sono tutte rose e fiori, questo sistema agevola parecchio i librai.
Ad esempio, sapete che le fumetterie, che sono vere e proprie librerie ma specializzate, non hanno il diritto di reso? Se comprano venti numeri di Batman, poi devono sbattersi per venderli tutti, con i ringraziamenti dei distributori, delle case editrici e degli autori.

Amazon fa affari d’oro con i libri, mentre le librerie arrancano tra fatture, bollette e tasse. Di chi è quindi la colpa? Io credo che anche in questo caso, il colosso di Bezos abbia semplicemente sfruttato, con successo, un bug nel sistema. Dire che Amazon ruba soldi alle librerie è come affermare che gli smartphone stanno facendo le scarpe ai telefoni fissi!

Forse le librerie dovrebbero tornare ad assumersi il rischio d’impresa come tutti i commercianti, impostare una linea editoriale come facevano una volta e imparare a diversificare l’offerta. Oggi se entri in una libreria indipendente e in una di catena, trovi gli stessi titoli. E questo mi pare non abbia molto senso.
Negli anni ’90 due volte al mese facevo il giro delle librerie nel centro di Roma. L’itinerario era questo: Feltrinelli a Largo di Torre Argentina, Libreria l’Impossibile a via delle Botteghe Oscure, la libreria a via del Corso nel sottopassaggio (non mi ricordo il nome) e la libreria Newton Compton in fondo a via del Corso (che oggi non esiste più). In ognuna trovavo titoli o offerte che mancavano alle altre. Oggi tutte le librerie hanno in vendita gli stessi titoli, salvo pochissime ed encomiabili eccezioni. E il problema non è il libro che trovo, ma quello che non trovo.
E, se non trovi qualcosa, dove vai a cercarlo?

Non intendo puntare il dito contro i librari, che subiscono i capricci di un mercato editoriale malsano, però sarebbe giusto che loro non puntassero i proprio contro Amazon, con l’accusa di essere la causa dei loro mali. Io direi che tutt’al più Amazon potrebbe essere considerato un sintomo, un indicatore che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. E, come sappiamo tutti, quando stai male curi la malattia, non i sintomi.

Concludo affrontando brevemente il discorso ebook. Nel precedente articolo accennavo ai feticisti della carta, quei particolari lettori che sembrano avere un rapporto morboso col libro stampato, tanto da odiare e rigettare quasi l’idea stessa di libro elettronico. Spesso i librai cavalcano questa ondata di protesta, sostenendo che l’ebook sta rovinando il mercato, e i loro affari. Amazon è sempre al centro della polemica, visto che col suo Kindle è uno dei maggiori distributori mondiali di libri elettronici!
Io non ho nulla contro i feticisti della carta, anche se da ambientalista mi piacerebbe che venissero stampati e poi distrutti meno libri, e da asmatico non provo nessun piacere a ficcare il naso tra le vecchie pagine impolverate di un volume cartaceo. Librai e feticisti ci ricordano quanto sia piacevole girare tra gli scaffali di una libreria, sfogliare le pagine dei libri, scegliere con cura una copia e sentirla propria ancora prima di averla portata in cassa. E ci ricordano con maggiore piglio quanto sia asettico acquistare online un libro di carta, quanto sia poco romantico e tradizionale.
Ecco, io credo che col romanticismo e la tradizione ci fai girare bene i meme su Facebook, poi però le fatture e le bollette devi pagarle con i soldi. Le immagini con l’immancabile tazza di caffè e biscotto, accanto ad un libro aperto, sotto una finestra battuta dalla pioggia, non sono ancora accettate dall’erario per pagare le tasse… ho controllato!
Il libro di carta si vende sugli scaffali delle librerie e si vende con maggiore successo su Internet. E online possono vendere tutti. Perché allora non lo fanno anche le librerie tradizionali? Il web potrà non piacere ai tradizionalisti, però oggi è una realtà, e tutto il business passa da lì. Anche quello dei libri. Amazon è la concorrenza e, secondo me, anche le piccole librerie indipendenti posso competere col gigante e trovare la loro nicchia di clienti. Basta darsi una svegliata e smetterla di frignare come bambini, aspettando che il genitore intervenga a ristabilire l’ordine delle cose.

Concludo con un esempio. Prima ho parlato di fumetterie, e non l’ho fatto a caso. Ne conosco una, dove acquisto indifferentemente fumetti e libri, che circa due anni fa ha iniziato a vendere online. Se non lo avesse fatto, molto probabilmente avrebbe già chiuso i battenti, schiacciata dai costi di gestione e dalle spese (pur essendo una libreria, non ha il diritto di reso). Oggi gli affari vanno a gonfie vele e i due gestori stanno pensando di ampliare il negozio. Lo store online, dove vendono gli stessi articoli esposti tra gli scaffali, sta letteralmente trascinando il loro business. A differenza di molti loro colleghi, questi ragazzi ad un certo punto hanno smesso di frignare contro Amazon e lo hanno assunto a modello. Io credo che l’atteggiamento giusto sia questo. Quantomeno suppongo sia quello più intelligente… sempre che non si abbia voglia di abbassare le serrande per sempre!

2 thoughts on “Amazon contro tutti

  • Andrew Next

    Tutto il bene possibile.

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  • Rosa Alba Bucceri

    Caro Marco, a Roma o a Milano puoi almeno cercare e rincorrere un libro prima che sparisca; ci sono però luoghi in Italia in cui soltanto Amazon e la Rete ti salvano.
    Detto questo, penso che il problema sia la breve e frenetica vita dei troppi libri: un folle controsenso.
    Con i giornali almeno ci si incarta, o si incartava il pesce.

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