intervista

Quattro chiacchiere con Michele Cavejari


Michele Cavejari

Nella nostra intervista periodica oggi scambiamo quattro chiacchiere con Michele Cavejari, uno dei primi autori selezionati dalla nostra vetrina con il suo coraggioso e competente saggio “Orme antiche a Nord del futuro“, e ci racconta le radici domestiche della sua passione e ci svela come sta imparando dai suoi errori per diventare un autore migliore.

Parlaci di te: com’è nata la passione per la scrittura?

Ogni “scrivente” – in genere – nasce da un lettore abituale, ed io non faccio certo eccezione.

Devo ogni pagina, scritta o voltata, essenzialmente a mia madre. Lei ha saputo trasmettermi il desiderio e quindi lo stimolo a ricercare la compagnia della parola scritta con una dolcezza tale che forse di per sé è già letteratura. Ricordo – per esempio – la volta in cui sedette a mio fianco, tantissimi anni fa, al tempo delle elementari, reggendo il libricino che da solo mai avrei saputo affrontare. La vedo, come se fosse ieri, massimamente pacata, devota ad ogni lettera stampata, a modulare le voci dei personaggi, a declamare le straordinarie peripezie degli eroi di cellulosa nei paesaggi d’inchiostro, in un mondo incredibile ospitato nello stropiccio della carta.

Ebbene, senza di lei non sarei mai stato un buon lettore; figuriamoci uno scrivente.

Senza il suo sostegno non amerei le parole, non saprei risolvermi nel dedalo dei sinonimi per farne in qualche modo un diorama.

Qual è stata la “scintilla” da cui è nato il tuo libro?

Con ogni probabilità, la mia grande fortuna è stata quella di aver ricevuto un’educazione nel verde della campagna, per merito dei nonni; due figure di verità capaci di trasmettermi con i fatti e la massima semplicità quel che poi ho ritrovato nei libri di Illich, Latouche, Thoreau e simili.

I nonni hanno preparato bene il terreno, insomma; seminato quel che dovevano seminare. Poi, il tempo ha dato loro ragione. Quel che è nato, ciò verso cui mi sono rivolto, non poteva essere che l’eredità, l’eco delle loro voci sincere.

Puoi dimenticarti del verde, ma se ci nasci e ci cresci il suo richiamo prima o poi ti coglie, si risveglia. Quando poi scopri che anche a causa tua, per il tuo silenzio complice, quello stesso “verde” agonizza, allora non puoi evitare di sentirti in dovere di fare qualcosa.

Io, per esempio, ho scelto di scrivere un libro, un’apologia al mondo vegetale. Sia chiaro, un passaggio non essenziale, dacché vi sono gesti assai più importanti. E tuttavia, un libro sul tema della decrescita lo dovevo in primis ai nonni. Un libro che fosse gratuito (in pdf), come loro hanno insegnato a me senza “ricevuta di ritorno”, e ovviamente che non incidesse troppo sul verde medesimo… e in tal senso mi è venuto in soccorso il print on demand: nessuna copia cartacea verrà stampata “per niente”. Per mia fortuna, non ci sarà nessun paradossale attentato al mondo verde per farne un “foglio” pro-verde.

Quali sono gli errori che ti hanno fatto diventare uno scrittore migliore?

Il primo errore è stato quello di definirmi, con la massima supponenza, uno scrittore. Ovvio, sono (e nel futuro sarò, mi auguro) un autore, ma resto uno “scrivente”. Scrivo; ma oggi sono davvero in pochi a meritare l’appellativo di scrittore, specie perché la letteratura non ha niente a che vedere col numero di copie vendute.

E poi, voglio dire, se Borges per primo disse di andare più fiero di quel che aveva letto rispetto a quanto aveva scritto – e lo diceva Borges -, ebbene cosa dovrei dichiarare io? Seguito a leggere, a soffermarmi sulle pagine dei “grandi”, cerco di cogliere la loro sapiente modulazione dei periodi. L’importante, penso, è non sentirsi mai abbastanza bravi; solo così si affina la tecnica. Solo così è possibile alimentare la voglia di imparare e dunque migliorare.

In secondo luogo, altro grande abbaglio, è stato l’impiego della retorica. Ho scritto tante di quelle frasi che credevo potenti, d’effetto, e che invece si sono rivelate stucchevoli prediche… motti che suonavano bene nella mente, ma con tutta evidenza non sulla carta. Sicché, mi sono reso conto che l’autore non deve preoccuparsi di fare spudoratamente la morale. L’autore non dovrebbe mai scomodare i luoghi comuni, quanto praticare l’arte del “sottinteso”, dell’elusione. In altre parole, leggevo una volta, deve comportarsi non già come l’arciere – che mira dritto al centro – ma come il lanciatore di coltelli, la cui bravura è restituita dal grado infinitesimale con cui riesce a sbagliare il bersaglio. Colta l’antitesi, l’autore non deve far altro che girare attorno al concetto, senza nominarlo; solo così può evocarlo.

Me ne dimentico spesso, ma chi legge non va preso per mano. Bisogna rispettarlo, lasciarlo libero di esercitare la fantasia, completare i ragionamenti, intuire i nessi impliciti.

Ci sto lavorando sopra, e penso di essere sulla buona strada. Quantomeno, sto applicando il principio in quel che scrivo adesso.

Perché ti sei candidata alla selezione di Extravergine d’Autore?

Il progetto, ritengo, ha un enorme potenziale.

A chi piace scrivere non sempre interessa scalare le classifiche mondiali dei bestsellers, eppure – necessariamente (e giustamente) – se ha dato la sua “fatica” alle stampe significa che anela ad un riconoscimento.

Scriviamo in primo luogo per noi stessi, è vero; ma – in tutta franchezza – se l’intenzione dell’autore coincidesse al 100% con questo intento, allora perché rendere fruibile l’opera a persone terze? E ancora, perché specificare nome e cognome in copertina, e non fornire il proprio elaborato in forma anonima? C’è poco da fare, ricorda Mauro Corona, la scrittura è anche vanità. E questo non è di per sé un male, sia chiaro; l’importante è saperlo.

A mia volta, come scrivente, ho cercato di farmi notare. Puntavo ad una vetrina che potesse dare risalto alla mia fatica, per condividerla con altre persone.

Come rimarca il medesimo “spot” di Extravergine, il self-publishing (e aggiungo, l’editoria a pagamento) è una grande incognita, un mare magnum che lascia interdetto persino il lettore-pioniere, l’esploratore coraggioso. Ebbene, effettuare una cernita delle opere che – nel loro piccolo – hanno del potenziale e per di più farlo in modo gratuito, no-profit, è uno splendido modo per reiterare ed espandere l’amore verso i libri, oltre che l’occasione d’oro sia per tutelare la fiducia che il lettore accorda all’autore-sconosciuto, sia per premiare l’impegno e la dedizione di quest’ultimo.

L’attenzione e la serietà del team di Extravergine sono un buon punto di riferimento per chi ha pubblicato il suo piccolo-grande-personalissimo “capolavoro” e cerca un riscontro, un giudizio ponderato.

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