incipit

Alla ricerca dell’incipit

La parola ai nostri autori


articolo di
Andrea Micalone

Quando ci si accinge a scrivere una storia in qualsiasi forma, innanzitutto si deve affrontare il problema dell’incipit.

È risaputo, infatti, che nelle prime righe ci si gioca molta dell’attenzione del lettore, e forse anche della scelta tra “compro questo libro” oppure “no, è noioso”. In particolare nei nostri tempi, infatti, catturare subito l’interesse è un requisito fondamentale in un libro. C’è poco da fare: i giorni in cui gli autori si potevano permettere lunghe dissertazioni iniziali, grandi presentazioni e piacevoli giri di parole sono terminati. Oggi, nell’era del “tutto e subito”, piaccia o no, la stesura di un buon incipit è una questione che non può essere accantonata in alcun modo.

Si hanno perciò (soprattutto nell’ambito della letteratura strettamente commerciale) badilate di prologhi e primi capitoli in cui avviene di tutto, esplosivamente cinematografici e drammaticamente cruenti. Questo è infatti il metodo “ovvio” per conquistarsi subito il lettore.

Attenzione: ho detto “ovvio”, non “semplice da ottenere”. Se infatti è naturale che un inizio confuso e ricco d’azione incuriosisca, è altrettanto vero che ormai ne abbiamo già viste di tutti i colori in tutte le forme d’arte narrative, perciò sorprendere un lettore con la pura e semplice azione non è più cosa semplice.

Naturale conseguenza di ciò? Il progressivo aumento di violenza e situazioni estreme.

È però anche vero che la storia della letteratura (quella vera, la letteratura che conta anche di là dal conteggio delle copie vendute) non si fonda affatto su incipit “trinciabudella” (quantomeno non in senso letterale), bensì è ricca di sorprendenti inizi che lasciano meravigliati non tanto per gli eventi in sé, ma per la padronanza del linguaggio.

Pensiamo ad alcuni degli incipit più celebri e osannati:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

“Cent’anni di Solitudine” di G. Garcia Màrquez

Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isotere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.

“L’uomo senza qualità” di R. Musil

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.

“Lo Straniero” di A. Camus

Notiamo la profonda differenza di questi tre incipit e, al tempo stesso, l’unica cosa che li accomuna.

Nel primo c’è un ricordo che viene rievocato tanti anni dopo, nel passato rispetto al tempo presente del narratore. Lo spostamento temporale (tanti anni dopo, mentre accadeva la tal cosa, il Colonnello ricordò quello che avvenne tanti anni prima) lascia il lettore confuso e quasi indeciso: la storia racconterà il “tanti anni dopo” oppure il “tanti anni prima”?

Nel secondo invece Musil si diverte a cominciare il romanzo nel modo più banale possibile, dicendo appunto che “era una bella giornata”, ma lo fa in modo così ironico da conquistarsi subito il lettore.

Nel terzo infine è avvenuto un fatto, ma il narratore lo afferma con tale disinteresse da lasciare stupiti, ed è proprio questo distacco a creare la vera ragione di interesse e la qualità dell’incipit; se infatti il libro fosse iniziato con le parole “Oggi la mamma è morta. Sono disperato.” sarebbe stato di una banalità allarmante (e Camus non sarebbe stato Camus).

Cosa accomuna dunque questi tre incipit?

Non un evento comune, non un incredibile susseguirsi di avvenimenti, ma soltanto un “bel modo di utilizzare il linguaggio”, un modo di parlare che rende dei fatti normalissimi (soprattutto nel secondo e nel terzo) interessanti, o rende coinvolgenti degli eventi che narrati in maniera comune sarebbero stati un raccontino da nonno (come nel caso del primo).

In una parola, ciò che rende questi incipit unici è lo stile.

Ma cos’è lo stile?

In migliaia si sono scervellati per darne una definizione più o meno esatta, e lo hanno fatto in maniere sicuramente migliori di quanto possa fare io. Quel che io credo, però, è che una definizione “scientifica” di stile non conti molto, poiché il comprendere davvero cosa esso sia è legato alla lettura personale, e tutte le spiegazioni del mondo non vi aiuteranno. Quando invece si è letto tanto, si comincia ad avvertire subito se un libro ha uno “stile” oppure no, lo si sente dalle prime righe, dall’incipit appunto.

Dire che lo “stile” è il linguaggio personale dell’autore è esatto in linea di principio, ma non ancora sufficiente, poiché anche il romanzo più becero e banale del mondo possiede un linguaggio proprio, essendo stato composto da un essere umano, ma non per questo ha uno “stile” nel senso in cui lo stiamo intendendo adesso. Lo “stile” invece ha un colore in più, è come se tramite le parole emergesse la personalità vera di colui che ha scritto, anche quando l’autore non si infila nel libro e rimane un narratore del tutto defilato (si pensi ai capolavori di Dostoevskij o Tolstoj).

Come provare a raggiungere perciò un proprio “stile”?

Non resta che leggere e scrivere costantemente, lavorando con fedele attaccamento alla pagina.

Il consiglio finale è insomma il solito: leggere e studiare i grandi narratori.

Sapere in linea teorica cosa sia il “bello stile” (se poi è possibile saperlo davvero, cosa di cui non sarei così certo) non significa infatti saperne già creare uno proprio. Soltanto invece con il lavoro paziente e costante si può trovare la propria voce, unica e indiscutibile. A quel punto, se riusciamo in questo obiettivo titanico, il problema dell’incipit si risolverà da sé.

Facile a dirsi, ma tra il dire e il fare ci sono tutti i grandi romanzi della storia che non abbiamo ancora letto.

A questo punto mi si potrebbe però domandare: a cosa servono i discorsi sullo “stile” dei grandi scrittori? Qui vogliamo soltanto sapere come scrivere un libro da autopubblicare.

Ecco, chi a volte replica queste cose mi rattrista un po’, perché sta ammettendo in partenza che non è interessato a scrivere un libro di qualità, ma soltanto a vendicchiare qualcosa su internet. È come se un calciatore dicesse: “a me non interessa diventare Maradona, mi accontento di giocare in Serie B”. Scelta legittima, per carità, e naturalmente nessuno di noi diventerà “Maradona”, ma questo non è un buon motivo per rassegnarsi in partenza alla mediocrità e alla mancanza totale di studio.

Inoltre nessuno ci costringe a scrivere e, se vogliamo farlo, credo sia nostro preciso dovere cercare di dare il meglio di sé. I lettori dopotutto ci concederanno il tempo della propria esistenza quando leggeranno le nostre parole, e dunque è giusto che ricevano il nostro lavoro migliore. Del resto, non c’è alcuna legge che ci obbliga a rendere disponibile sul mercato i nostri scritti, perciò se vogliamo farlo soltanto per divertirci, possiamo tranquillamente farlo in casa nostra e in silenzio, mentre se vogliamo uscire allo scoperto, allora è nostro compito dare il meglio di noi.

Per proseguire con l’esempio calcistico, io risponderei a quel calciatore: “va bene giocare in serie B, ma il pubblico si infastidisce nel vedere un giocatore che non dà il meglio di sé perché gioca in un campionato minore. Nessuno costringe quella persona a giocare, e se non ha seria intenzione di farlo in forma professionale, può tranquillamente smettere e andare a divertirsi la domenica soltanto con gli amici. Nessuno gliene farà una colpa. Giocare non è un obbligo, ma una scelta. Una volta però che si sceglie di farlo sul serio, allora occorre allenarsi per davvero e non c’è scusa che tenga.”

One thought on “Alla ricerca dell’incipit

  • Nadia Bertolani

    Articolo chiarissimo e utile: concordo su quella “voce” che deve essere “unica” e perseguìta con ogni sforzo. Quando sento dire che scrivere è un divertimento ho sempre un attimo di perplessità: io mi “diverto” quando ho terminato il mio romanzo o racconto che sia; prima, mentre lo scrivo, sento tutta la fatica della ricerca espressiva.

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